Dopo l’incontro con Trump, il presidente libanese Joseph Aoun delinea una strategia che lega il disarmo di Hezbollah al ritiro israeliano, al controllo del territorio da parte dell’esercito e alla ricostruzione guidata dallo Stato. Una scommessa per rilanciare sovranità, stabilità e pace. L’analisi di Riccardo Cristiano
Con buona parte del suo territorio sotto occupazione, un mare di profughi e tante macerie, il Libano ha un disperato bisogno di risultati concreti. Così alle prime ore di questo 22 luglio, mentre il premier libanese Nawaf Salam arrivava nella prima “città liberata” del Libano meridionale, ora sotto il controllo dell’esercito libanese, non dell’esercito israeliano né di Hezbollah, il presidente libanese, dagli Stati Uniti dove ha appena incontrato a lungo Donald Trump, ha preso carta e penna e rivolgendosi ai libanesi ha scritto sui social: “Il Libano potrà essere sicuro e unito solo quando sarà uno Stato dotato di un unico esercito che protegga tutti i libanesi, senza distinzioni. Il modello libanese merita di essere preservato, non solo per il Libano, ma anche per la regione, poiché si basa sugli stessi fondamenti su cui è stata costruita la vostra nazione. Il disarmo di Hezbollah è possibile se siamo sinceri riguardo alle condizioni che esso richiede realmente, ovvero la fine dell’occupazione, l’assunzione del controllo dell’intero territorio da parte dell’esercito, nonché un programma di ricostruzione gestito esclusivamente dallo Stato”.









