«Il ritiro delle truppe israeliane dal sud del Libano non è negoziabile». Sono le parole pronunciate da Joseph Aoun, presidente della repubblica libanese, in occasione della celebrazione dell’Eid el-Tahrir, la festa della liberazione dall’occupazione israeliana del 25 maggio 2000. Aoun è stato criticato in Libano, soprattutto dalla comunità sciita, per aver accettato le negoziazioni dirette con Israele che si stanno tenendo a Washington.

Mentre sono in corso le trattative tra Iran e Stati uniti, Israele intensifica gli attacchi in Libano e manda un chiaro messaggio a entrambi. Il ministro degli esteri iraniano Araghchi aveva assicurato nei giorni scorsi, e confermato ieri, di voler «legare qualsiasi accordo ci sarà con gli Stati Uniti a un cessate il fuoco in Libano».

NON È DELLO STESSO AVVISO Tel Aviv, che non ha alcuna intenzione di fermare la guerra né di ritirarsi dal Libano. Il ministro della sicurezza nazionale Itmar Ben Gvir ha asserito ieri che «è ormai il tempo per il primo ministro (Netanyahu) di battere il pugno sul tavolo davanti a Donald Trump e di annunciare che Israele ritorna alla guerra in Libano». Nel comunicato il ministro – in questi giorni sotto i riflettori per il trattamento riservato alla Flotilla – chiede a Netanyahu di «tornare a una guerra intensiva, di tagliare l’elettricità (in Libano, ndr) e di prendere il controllo» del paese fino al fiume Zahrani, molto più a nord del fiume Litani. Il ministro delle finanze Bezalel Smotrich ha invece sostenuto che «per ogni drone esplosivo devono essere abbattuti dieci palazzi a Beirut». Dello stesso avviso il capo di stato maggiore Eyal Zamir: ha dichiarato che Israele dovrebbe bombardare «degli immobili a Beirut» in risposta agli attacchi di droni di Hezbollah contro le truppe israeliane nel sud del Libano. Ieri i caccia israeliani hanno fatto sentire la loro presenza su Beirut rompendo il muro del suono.