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Lunedì nel Libano meridionale è cominciata una nuova fase del cessate il fuoco negoziato a metà aprile tra Israele e il governo libanese, e mediato dagli Stati Uniti: prevede l’istituzione graduale di cosiddette “zone pilota”, piccole aree da cui l’esercito israeliano si dovrebbe ritirare per cedere il controllo all’esercito libanese, con il coordinamento degli Stati Uniti.
L’idea è che Israele si ritiri in modo graduale dalla fascia di 10-15 chilometri che occupa lungo il confine con il Libano, per permettere all’esercito libanese di ristabilire il controllo sui territori del sud, dove Hezbollah è molto forte. Inoltre, dal punto di vista israeliano, è un modo per valutare man mano come sta andando il disarmo e decidere di conseguenza dove e quando ritirare il proprio esercito. L’obiettivo finale, almeno in teoria, è togliere definitivamente le armi a Hezbollah e arrivare al ritiro completo di Israele dai territori libanesi. Il piano però ha un buco essenziale, e ha già causato problemi.
L’esperimento è partito dal comune di Zawtar al Gharbiya, nel distretto di Nabatieh (e in altri due comuni, Froun e Srifa, che però sono fuori dall’area di controllo israeliana: sono stati scelti perché sono in posizioni geografiche efficaci per il controllo del territorio). Martedì l’esercito israeliano ha detto di essersi ritirato da Zawtar al Gharbiya e quello libanese ha detto di aver avviato le sue operazioni, che consistono principalmente in perquisizioni, anche in abitazioni private, e posti di blocco per bonificare l’area dalla presenza di armi e strutture militari di Hezbollah.














