di
Luca Bertelli
Il cantante atteso al Vittoriale per tre date. «Il mio idolo è Vasco Rossi, semplice ma profondo - racconta a Chora Media - A 33 anni la mia vita è cambiata, è passato il treno giusto ma io ero lì pronto a prenderlo perché avevo lavorato. I graffiti? So che è vandalismo, ho smesso perché era un mondo violento, ma vedevo il mio nome in città e sentivo di esistere».
Coez è pronto per tre date al Vittoriale di Gardone Riviera (la prima domenica 26 luglio, poi sabato 1 e domenica 2 agosto) che consacreranno ancora di più il cantautore romano, all'anagrafe Silvano Albanese, 43 anni compiuti pochi giorni fa, da tempo tra i più apprezzati nel suo genere dagli appassionati.
Nel podcast di Chora Media, "Dicono di te", il cantante ha ripercorso tutta la sua vita sin dall'infanzia non semplice. «Sono nato a Nocera Inferiore nel 1983 - spiega - da genitori romani che vivevano là: fecero tre figli, ma quando avevo tre anni mio padre se ne andò, così tornai a Roma con mamma». Un episodio che ha segnato la sua crescita, sino a contrassegnare anche il suo primo album chiamato Figlio di nessuno. Coez frequenta l'Istituto di Istruzione Superiore "Roberto Rossellini" (storicamente noto come Cine-TV) di Roma e diventa fonico, (viene bocciato al secondo anno dopo una bocciatura che risaliva già alla seconda media): la sua adolescenza è contraddistinta dall'amore e dalla passione per i graffiti, la prima forma d'arte che lo attrae. «La prima volta che vidi un graffito rimasi scioccato - spiega - ci ho messo 6-7 anni per farne uno bene. Volevo fare le metro di Roma, sapevo che fosse una cosa illegale ma nella vita mi ha dato una spinta: se pensi a una cosa tutti i giorni e la vuoi, poi ottieni il risultato. A mio figlio non lo augurerei, scendevamo sotto il tunnel e rischiavamo veramente tanto, ma lì ho imparato la dedizione per qualcosa, la costanza. Io partivo da zero». Coez svela anche qualche aneddoto: «Alle medie uscivo di notte mentre mia madre dormiva. Sono finito pure in questura, mi hanno preso. Facevo cose pericolose, sotto i tunnel. Capisco chi dice che è vandalismo, perché i graffiti parlano a chi fa i graffiti, è un mondo di nicchia, capisco sia una cosa indifendibile. Per, più vedevo il mio nome in città e più mi sembrava di esistere».








