di
Luigi Ferrarella
Resta «ipotesi priva di riscontro probatorio» e «mera illazione» che «le indicazioni, provenienti dall’ambiente Inter, fossero volte a turbare la regolarità» delle gare
Perché nell’inchiesta sulle interferenze sull’allora designatore arbitrale di serie A Gianluca Rocchi la Procura di Milano non ha mai sequestrato (come invece accade quasi sempre) i telefoni alla ricerca di messaggi tra gli interlocutori a tratti intercettati? Per «il clamore mediatico», scrivono i pm Paolo Ielo e Maurizio Ascione nella richiesta di archiviazione di cui si è già data notizia giorni fa: e cioè perché, dopo non averlo fatto «per scelta investigativa» prima dell’invito a comparire a Rocchi in aprile, «massimamente dopo la diffusione mediatica dell’esistenza delle indagini» (dipesa in realtà appunto dall’invito a comparire) «il clamore mediatico impedisce l’utile utilizzazione di mezzi di ricerca della prova non ancora sperimentati».
Resta quindi che «il tenore delle intercettazioni induce a ritenere estremamente probabile che Rocchi riferisca il contenuto di conversazioni intrattenute direttamente con esponenti dell’Inter». Ma resta «ipotesi priva di riscontro probatorio» e «mera illazione» che «le indicazioni, provenienti dall’ambiente Inter, fossero volte a turbare la regolarità» delle gare. E siccome ci vogliono entrambi gli elementi per il reato di frode sportiva, l’assenza «non ha consentito neppure di elaborare compiute incolpazioni preliminari». E un «vuoto probatorio» mina «l’ipotesi di frode generica di natura paraconcussiva», e cioè «la suggestione che l’accettazione da parte di Rocchi delle interferenze sia stata determinata da una sorta di metus» (timore), indotto da Gravina forte dei suoi buoni rapporti con la dirigenza dell’Inter, di poter subire danni nello sviluppo di carriera»







