di
Ruggiero Corcella
Uno studio pubblicato dall'Aglioti Lab su Computers in Human Behavior confronta adulti giapponesi e italiani in un caffè virtuale. I primi mantengono mediamente una distanza maggiore, mentre le persone percepite come più attraenti o affidabili vengono lasciate avvicinare di più
Quanto vicino può arrivare uno sconosciuto prima che la sua presenza diventi una fastidiosa intrusione del proprio spazio? La risposta non dipende soltanto dal carattere individuale. Lo spazio che manteniamo tra noi e gli altri - la cosiddetta distanza interpersonale - è regolato anche da norme sociali e culturali. A studiare il fenomeno è una ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Computers in Human Behavior (firmata da Matteo P. Lisi, Althea Frisanco, Anna Giometti, Giuseppe Perrone, Donato Ferri e Salvatore M. Aglioti; Aglioti Lab).
La ricerca ha coinvolto 184 adulti, 92 giapponesi e 92 italiani, nei quali utilizzando la realtà virtuale immersiva è stata misurata la distanza minima rispetto a sè stessi alla quale venivano posizionati avatar con sembianze orientali o caucasiche. Il risultato principale è netto: nel complesso, i partecipanti giapponesi hanno mantenuto una distanza maggiore rispetto agli italiani. In termini descrittivi, la distanza media è stata di circa 1,62 metri nel campione giapponese e 1,27 metri in quello italiano. Una differenza coerente con la tradizionale distinzione tra culture «non-contact», come quella giapponese, e culture «contact», nelle quali la vicinanza fisica nelle interazioni è generalmente maggiore, come quelle dell’Europa meridionale. Gli autori, però, invitano a non trasformare il dato in uno stereotipo nazionale: lo studio confronta due specifici campioni di convenienza e non dimostra che ogni giapponese preferisca più distanza di ogni italiano, così come ogni italiano meno distanza da un giapponese.








