L’antropologo Edward Hall lo aveva notato chiaramente, distinguendo tra culture “di contatto”, come quelle del bacino mediterraneo, e culture “non di contatto”, come quelle orientali. Ora uno studio pubblicato sulla rivista Computers in Human Behavior, nato dalla collaborazione tra Sapienza Università di Roma, Istituto Italiano di Tecnologia, Ernst & Young e Fondazione Santa Lucia IRCCS, ha provato a calcolare, usando la realtà virtuale immersiva, lo spazio che le persone appartenenti a due culture diverse lasciano con la persona che hanno davanti quando parlano. L’obiettivo era quello di misurare la distanza interpersonale, quella sorta di bolla invisibile che regola il nostro comfort, la sicurezza percepita e persino la nostra voglia di avvicinarci o allontanarci da chi ci sta di fronte. E i risultati parlano chiaro: italiani e giapponesi hanno un modo molto diverso di rapportarsi all'”altro”.

Asiatici o caucasici

Lo studio, coordinato da Salvatore Maria Aglioti e firmato da Matteo Lisi, ha coinvolto 184 partecipanti — 92 italiani e 92 giapponesi — reclutati in due contesti pubblici molto diversi tra loro: l’Expo 2025 di Osaka e la Maker Faire di Roma. Indossando un visore, ciascun partecipante si è ritrovato immerso in un caffè virtuale, dove di volta in volta compariva un agente digitale, uomo o donna, dall’aspetto asiatico o caucasico, inizialmente posizionato a tre metri di distanza. Il compito dei volontari era semplice: avvicinarlo o allontanarlo, tramite i controller, fino a raggiungere la distanza percepita come più confortevole.