di

Massimo Sideri

Secondo un esperimento mentale del matematico francese di inizio Novecento, Borel, una scimmia immortale prima o poi scriverebbe tutti i capolavori del mondo. Ma oggi non potrebbe farlo l'Intelligenza artificiale opportunamente addestrata?

Questo articolo è uscito sulla newsletter One More Thing di Massimo Sideri. Per iscriversi cliccare qui. All'inizio del Novecento un matematico francese, Émile Borel, formulò il teorema della scimmia instancabile. Secondo questo esperimento mentale basterebbe mettere uno scimpanzé di fronte a una macchina da scrivere e dargli teoricamente tutto il tempo del mondo per vedere comparire prima o poi, come risultato del punto caso combinatorio del suo ticchettare sui tasti, la Divina Commedia uguale a quella di Dante, piuttosto che L'apologia di Socrate, Moby Dick, Il Conte di Montecristo o Furore di Steinbeck. Il teorema, dal punto di vista matematico, è ineccepibile seppure impossibile (dovremmo avere non solo una scimmia instancabile ma anche immortale e dovremmo dargli un tempo infinito). D'altra parte è la stessa teoria alla base de La biblioteca di Babele di Borges: 25 simboli, dunque finiti, hanno combinazione infinite ma se esistesse una biblioteca che contenesse tutte queste possibili combinazioni tra esse troveremmo anche la Commedia di Dante, come tutte le Commedie che differiscono per un errore, un refuso o che aprono un'altra finestra del possibile (per chi fosse interessato ad approfondire ho già scritto dell'attrazione per la letteratura come arte combinatoria in altri episodi di questa newsletter come questo: La lezione di Borges sulla fantasia: la tecnologia nasce anche dalla letteratura e dai romanzi?). Siamo nel paradosso razionale: qualcosa che non può esistere (un matematico italiano, Tullio Regge, ha dimostrato nel 1981 che la Biblioteca di Babele se fosse reale imploderebbe in un buco nero dato il numero di combinazioni possibili: 25 elevato a 656 mila) ma che se esistesse seguirebbe le regole che abbiamo individuato. Oggi, teoricamente, potremmo addestrare non una scimmia ma una macchina a combinare casualmente tutte le parole del dizionario per avere prima o poi la prossima Divina Commedia (per gli amanti del dettaglio ricordo che in realtà il libro di Dante si intitola Commedia: divenne Divina per mano del Boccaccio che così volle contrapporla al suo Decamerone che invece si occupava di peste e di accadimenti molto profani). Lo possiamo battezzare Teorema del Chatbot instancabile. Fortunatamente è altrettanto impossibile da ottenere anche se abbiamo risolto con la macchina il primo problema, cioè la mortalità del primate. Ma non abbiamo risolto il secondo: tempo infinito a disposizione. E pensare che se fosse possibile il responsabile primo sarebbe, forse, un italiano. Per riscoprirlo dobbiamo tornare sulla storia del libro. La stampa a caratteri mobili è uno di quei cambi tecnologi che avvengono una volta ogni due-trecento anni e che hanno la capacità di definire il perimetro stesso della conoscenza dell’uomo. Tra il 1400 ed oggi pochissime sono le invenzioni che potrebbero tenergli testa. Prima ci fu il mulino ad acqua e poi a vento, alla base di qualunque processo di industrializzazione (Storia economica dell'Europa pre-industriale di Carlo M. Cipolla). Certo, ci sono state grandissime scoperte capaci di influenzare la storia stessa dell’uomo: pensiamo a quella dell’antibiotico da parte del medico britannico Sir Alexander Fleming. Per avere isolato la penicillina Fleming ricevette il Premio Nobel per la Medicina nel 1945. Per inciso la storia di Fleming è particolarmente significativa perché insegna che l’innovazione può essere in qualche maniera casuale, anche se richiede sempre una buona dose di testardaggine: Fleming, che aveva servito come dottore durante il Primo conflitto mondiale, aveva intuito che la maggior parte dei soldati morivano non per le ferite stesse ma per le loro complicazioni. Le infezioni uccidono più delle pallottole.