La rivoluzione dell’intelligence occidentale non passa da nuove tecnologie o da un aumento dei bilanci. Passa, prima di tutto, da un cambio di mentalità.
Nel giro di poche settimane il Giappone ha confermato la volontà di creare la sua prima vera agenzia di intelligence esterna dalla fine della Seconda guerra mondiale. Quasi negli stessi giorni la Germania ha annunciato una profonda riforma del Bundesnachrichtendienst (il servizio estero), destinata ad ampliarne i poteri nel dominio digitale, nell’intelligenza artificiale e nelle operazioni cibernetiche, accompagnata da un incremento del 25 per cento del bilancio.
Sono due iniziative diverse, maturate in contesti differenti, ma che rispondono alla stessa domanda: quanto può un Paese continuare a dipendere dall’intelligence americana in un mondo che cambia?
Per decenni quella domanda non si è nemmeno posta. La capacità degli Stati Uniti di raccogliere informazioni, elaborare analisi e condividerle con gli alleati ha rappresentato uno dei principali moltiplicatori di potenza dell’Occidente. Ancora nel 2022, quando Washington previde con notevole precisione l’invasione russa dell’Ucraina mentre molte intelligence europee restavano scettiche, la superiorità analitica americana apparve evidente.










