Supergirl è stanca. O forse è soprattutto stufa. Stufa di salvare pianeti e persone. Seccata di non poter vivere come un’adolescente qualsiasi, con le sue debolezze e le sue fantasie. Oppressa da quei superpoteri che la rendono invincibile anche se ogni volta per dimostrarlo le tocca annientare nemici repellenti. Al punto che quando viene ferita, su un pianeta che riduce i suoi poteri, contempla il suo sangue con un misto di stupore e gratitudine.In un film meno schiavo del marchio (DC Comics, la casa di “Superman”), sarebbe una ribelle a tutto tondo. In questa fantacommedia d’azione post-punk firmata da Craig Gillespie, regista australiano del notevole “Tonya”, è una metafora di se stessa. Un’adolescente prigioniera del proprio ruolo. La cugina di Superman, figurarsi. Molto più traumatizzata di lui perché “sparata” nel cosmo già ragazza, dunque testimone della distruzione del pianeta Krypton, non cresciuta sulla Terra come il cugino “nerd” (non lo diciamo noi, lo dice lei in una delle scene più divertenti del film).La chiave del racconto la enuncia lei stessa: «Superman vede in tutti la bontà. Io vedo la verità». Peccato che poi, anziché procedere su questa strada, dando profondità e pathos alla sua eroina, Gillespie scelga di non rischiare glissando sui momenti più ardui (quel ratto delle Sabine intergalattico, solo accennato) mentre moltiplica le scene d’azione, gli intermezzi comici, le citazioni (auto) parodistiche. Con una libertà di tono che evoca i film di James Gunn, da “I Guardiani della Galassia”, capolavoro del genere, all’ultimo e irriverente “Superman” (interpretato dallo statuario David Corenswet, qui solo guest star). Ma si ferma a metà.Non è un problema nuovo in questi anni di franchise e “universi” chiusi. Qui però è particolarmente pungente perché la giovane Milly Alcock, lanciata dalla serie “House of the Dragon”, è un prodigio di espressività. Che trascorre con brio dai dialoghi sarcastici alle prodezze più spettacolari, screziate qua e là da echi beffardamente religiosi (difficile, in un Paese cattolico, non vedere sante e Madonne in quelle ascensioni tra le nuvole). I cinefagi più intransigenti hanno bocciato il film senza indugi. Noi saremmo più cauti. La coerenza non è il suo forte, i “cattivi”, per quanto infami, restano decorativi (dal perfido Krem di Mathias Schonaerts al Lobo di Jason Momoa, un incrocio tra Mad Max e l’Angelo Infanti di “Borotalco” con il sigaro di Che Guevara). Ma “Supergirl” ha umorismo, senso del ritmo e a tratti della meraviglia. Nel giro dei supereroi si è visto ben di peggio.