Si chiamava Thunchanok Donhomla e aveva 17 anni. Da appena una settimana era arrivata a Pattaya, la capitale tailandese del turismo sessuale, da Kalasin, cinquecento chilometri a nordest, per raggiungere una compaesana. L’hanno trovata il 25 giugno nuda, chiusa insieme a qualche oggetto personale – i vestiti, le scarpe, la sigaretta elettronica – in un trolley buttato nell’erba lungo i binari del treno.
A indicare alla polizia dove si trovava la valigia è stato un australiano di 45 anni, Simon Peter Carman, che le telecamere dell’atrio del condominio dove alloggiava hanno ripreso prima entrare mano nella mano con la ragazza nel cuore della notte, poi, la sera del giorno dopo, uscire da solo trascinando il pesante trolley nero per rientrare a mani vuote poco dopo.
“Non sapevo cosa fare con il cadavere”, avrebbe detto alla polizia Carman, che ha raccontato di aver agito per difendersi durante una lite con la ragazza, perché le aveva offerto meno della cifra concordata. Secondo le autorità Thunchanok Donhomla è morta soffocata.
A Pattaya, la cui economia dipende in buona parte dall’industria del sesso, episodi simili sono rari. Ma quando accadono fanno riaprire nel paese il dibattito sulla legalizzazione della prostituzione, secondo molti una precondizione per cercare di tutelare chi lavora nel settore, teoricamente proibito ma ampiamente tollerato dalle autorità.









