Dal Cloud Act alla capacità di mantenere attivi i servizi critici, il perimetro del cloud sovrano si è progressivamente allargato. La collocazione geografica delle informazioni resta un requisito rilevante, ma la valutazione oggi coinvolge l’intera architettura del servizio: soggetti autorizzati all’accesso, gestione delle chiavi, dipendenze tecnologiche, competenze e continuità operativa. Antonio Morabito, Head of Business Development e Marketing di TIM Enterprise, ricostruisce questa evoluzione e indica come tradurla nelle scelte di imprese e pubbliche amministrazioni.«La disciplina della sovranità digitale è molto più matura di quanto lo fosse anni fa», spiega Morabito. L’attenzione, ricorda, è salita soprattutto a causa del Cloud Act statunitense, una norma extraterritoriale che ha posto con forza il tema dell’accesso ai dati da parte di autorità extraeuropee, anche quando le informazioni sono conservate fuori dagli Stati Uniti.È da questa prospettiva che emerge il limite della sola data residency. «La localizzazione del dato può essere un primo requisito, indubbiamente, ma non è assolutamente sufficiente», sottolinea il manager. Per valutare la protezione effettiva occorre quindi ricostruire la catena delle responsabilità: accessi autorizzati, custodia delle chiavi, amministrazione delle piattaforme, regime giuridico e poteri sulla disponibilità del servizio.La discussione esce così dal solo perimetro della compliance e investe progettazione, procurement e gestione del rischio. Per TIM Enterprise, la configurazione va definita sulla base della criticità dei processi e degli scenari di esposizione, scegliendo garanzie tecniche e operative proporzionate.Indice degli argomenti