Dopo questa vi prometto che sto zitto”, dice Morgan ai duemila fan dei Bluvertigo che sfidano il caldo in uno dei primi concerti di Essere umani il tour di ritorno della band. “Questa” era una lunga filippica sul caso Roggero su “quanto quello che sta accadendo in queste ore dimostra quanto sia incolto questo governo”. La promessa sarà mantenuta. Nei 90 minuti successivi la band milanese passa in rassegna il suo repertorio e ci si meraviglia: di quanto quell’articolazione musicale nata a metà degli anni novanta sia stratificata, spiazzante, rischiosa. Di quanto quella versione italiana del miglior pop anglosassone — Bowie e i Depeche Mode come sempre riferimenti anche estetici imprescindibili — sia in possesso di una capacità sempre affascinante: far risuonare qualcosa che sembra arrivare dal futuro. Da una particolare idea di futuro, quella dimensione a cui si arriva se si confida nel potere liberatorio della canzone e dell’arte.
La scaletta è una sintesi in purezza del loro percorso musicale. Si inizia con Decadenzaseguita da Il dio denaro, canzoni di Acidi e basi, il loro primo album. Poi L’assenzio, Sono=sono, Forse, L.s.d., canzoni in cui la macchina Bluvertigo rivela una delle sue caratteristiche: essere aperta a nuovi innesti, a ospitare nuovi suoni. Andy, Livio Magnini e Sergio Carnevale (e Lele Battista nelle retrovie) aggiornano il suono, creano quella bolla sintetica a metà tra analogico e digitale in cui le parole di Morgan possono muoversi al sicuro. “Sono canzoni assurde”, dice Morgan, mi sorprendo ogni volta che le sento cantare. Chi ve lo fa fare? Non vorrei essere in voi...”.








