Nel 1891, con la Rerum novarum, Leone XIII pose il lavoro al centro della dottrina sociale della Chiesa. Il lavoro non era soltanto il mezzo con cui gli esseri umani si procuravano da vivere: era l’espressione della loro dignità, della loro libertà e della loro capacità di trasformare il mondo. Poco più di due mesi fa, la Magnifica Humanitas di Leone XIV ha rilanciato quella lezione nell’epoca dell’intelligenza artificiale, ricordando che la tecnica deve restare al servizio della persona. Fra le due encicliche, tuttavia, è intervenuto un cambiamento che modifica il senso del valore economico e ne precisa l’origine: l’umano.
Poniamoci allora un interrogativo semplice e radicale: da dove nasce il valore sul quale prospera l’intelligenza artificiale? La risposta più comune indica gli algoritmi, la potenza di calcolo e le piattaforme digitali. È una mezza verità. Gli algoritmi non creano la ricchezza che elaborano. La loro materia prima è costituita dalla registrazione delle tracce che gli esseri umani generano vivendo. Ogni giorno miliardi di persone producono dati non solo lavorando, ma anche parlando, scrivendo, guardando, comprando, viaggiando, studiando, ricordando, desiderando e perdendo tempo. Perfino il tempo perduto è tempo ritrovato per le piattaforme, che lo trasformano in dato.






