«Sono tutti colpevoli di omissione di soccorso». Queste sono le prime righe di un breve comunicato scritto da Nessuno tocchi Ippocrate, associazione che documenta e denuncia in tempo reale le violenze ai danni del personale sanitario. Sui social ha annunciato che si costituirà «parte civile nel processo contro i sanitari» chiamati – tramite il numero unico 118 – a prendere in carico la situazione del presunto scompenso psichico di Abderrahim Fakir. L’uomo che domenica 17 luglio, tra contenzione e urla di dolore, è deceduto a seguito di un’operazione di polizia, sotto gli occhi dei sanitari presenti. Anche la Società italiana di medicina d'emergenza-urgenza (Simeu), è intervenuta nel dibattito, inviando una lettera ai ministri della Salute e dell'Interno per proporre formalmente l'istituzione di «un tavolo tecnico interministeriale sulla gestione in sicurezza degli stati di agitazione psicomotoria acuta e del cosiddetto delirio iperattivo nel corso degli interventi della forza pubblica».

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MOLTI COMUNICATI, POCHE RISPOSTE

Tra i fatti da appurare dopo la visione del video che immortala gli ultimi istanti della morte di Fakir, c’è il ruolo dei soccorritori del 118. Nel video a disposizione, i volontari soccorritori presenti – che appartengono alla Croce rossa italiana (Cri) che lavora in convenzione con l’Ausl bolognese nella gestione delle emergenze-urgenze tramite il numero unico 118 – sembrano osservare il fermo senza mai intervenire, avvicinandosi al corpo esanime di Fakir solo nel momento in cui non si muove più. Nonostante la Cri abbia declinato alla richiesta di rispondere alle domande di questo giornale, è giunto un comunicato stampa in cui «esprime il proprio cordoglio alla famiglia di Abderrahim Fakir e si dichiara a completa disposizione dell’autorità giudiziaria per contribuire a fare piena chiarezza su quanto accaduto».