di Andrea Pasinilunedì 20 luglio 20264' di letturaCi sono uomini destinati a essere ricordati per ciò che hanno detto. E poi ci sono uomini che entreranno per sempre nella storia per ciò che hanno fatto, spesso senza che nessuno se ne accorgesse. Il Comandante Alfa è stato uno di questi. Un uomo che ha consacrato la propria esistenza allo Stato, scegliendo il silenzio al posto della notorietà, il sacrificio al posto della comodità, il dovere al posto dell’interesse personale. La sua vita è stata un giuramento mantenuto fino all’ultimo giorno, una testimonianza concreta di cosa significhi indossare una divisa non come un semplice mestiere, ma come una missione da onorare ogni giorno.

Con la sua scomparsa, l’Italia perde uno dei suoi più grandi servitori. Non soltanto un comandante, non soltanto uno dei fondatori del Gruppo di Intervento Speciale dei Carabinieri, ma un uomo che ha rappresentato l’essenza più autentica delle istituzioni repubblicane. Perché esistono figure che, pur rimanendo nell’ombra, diventano colonne portanti della nostra democrazia. Il Comandante Alfa è stato una di queste.La sua storia si intreccia con una delle pagine più difficili del nostro Paese. Erano gli anni del terrorismo, della paura, delle stragi, dei sequestri di persona e della criminalità organizzata che metteva in discussione l’autorità dello Stato. In quel contesto nacque il Gruppo di Intervento Speciale dei Carabinieri, il GIS, reparto d’élite creato nel 1978 per affrontare le emergenze più delicate e le minacce più pericolose. Tra i protagonisti di quella straordinaria avventura vi fu proprio il Comandante Alfa, che contribuì a costruire un reparto destinato a diventare uno dei più preparati e rispettati al mondo.