Altro che solo Leonardo. Il mercato italiano pullula di piccole aziende se non proprio militari almeno “dual use”. La Isoclima di Padova, 50 anni di attività, è uno dei maggiori gruppi italiani nel vetro, o meglio nelle «soluzioni trasparenti», dai vetrini per microscopi ai parabrezza del Frecciarossa o degli yacht. Da qualche tempo ha aggiunto alle sue attività un «innovation hub»: studia soluzioni corazzate specificamente adatte alla difesa bellica. La Poggipolini di Lazzaro di Savena (Bologna), specialista dal 1987 nelle lavorazioni meccaniche di precisione per auto e motorsport, ha costruito una fabbrica a Mornago (Varese) dedicata agli elicotteri, in cui applica l’esperienza negli «elementi di fissaggio» stampati a caldo in titanio e leghe speciali, adatti a usi «estremi». La gloriosa Dallara, fondata il 15 gennaio 1972 dall’ingegner Giampaolo Dallara a Varano de’ Melegari nel cuore della Motor Valley emiliana, sta riconvertendo parte della produzione all’aerospazio “dual use”. La Sabelt di Moncalieri (Torino), classe 1972, celebre per i suoi sedili aerodinamici e supersportivi, di cui è fondatore e amministratore delegato Giorgio Marsiaj, vicepresidente di Confindustria con delega all’aerospazio, sta impegnandosi per trasferire «dalla gara allo spazio» il meglio della sua produzione.Sono decine le aziende italiane che, partite da altri settori, sono arrivate a tecnologie e prodotti appunto “dual use”. Il settore dell’aerospazio offre molti esempi di “avvicinamento”. Il mercato è lì: da quando il governo si è impegnato in sede Nato a portare la spesa militare al 3,5% del Pil (il 5% considerando le pensioni ai militari e altre situazioni marginali), e visto che l’aerospazio figura a pieno titolo nel settore “difesa”, ecco che la gara è partita. Imprese piccole, medie, perfino start-up fanno a gara per aggiudicarsi una fettina dei fondi pubblici previsti. O, in mancanza, per essere presenti nel settore del futuro. Non mancano le fabbriche di droni: Dronus di Trieste, Alpi Aviation di Pordenone, Difly di Parma, Aermatica 3D di Como, Fabbrica Italiana Droni di Acquaviva delle Fonti (Ba), e altre ancora: lo scopo è per ora industriale ma il dual use è a portata di mano.Le cifre in gioco sono importanti. Nel documento programmatico pluriennale per la Difesa per il triennio 2025-2027, la voce “sistemi spaziali” è sostenuta da un investimento complessivo di 1,44 miliardi nel periodo 2025-2039. Ancora maggiore l’impegno nei “mezzi terrestri” dove è previsto un investimento fino al 2039 di 23,1 miliardi di cui 19,3 sul bilancio Difesa e 3,8 sul Mimit (Ministero delle imprese e del made in Italy). Più di 46 miliardi sono destinati ai mezzi aerei, 15,3 a quelli marittimi. «L’invasione dell’Ucraina – si legge nel testo sottoscritto dal ministro Guido Crosetto – ha determinato un punto di rottura e di accelerazione delle dinamiche internazionali e ha delineato una profonda polarizzazione mondiale. C’è la necessità di rivedere le catene di approvvigionamento». Le aziende prendono nota.La vera eccellenza italiana è per il momento nei poli industriali italiani regionali specializzati nell’aeronautica, in tutte le sue variazioni. L’Oma di Foligno, nata nel 1948, il cui chief financial officer Daniele Tonti è anche presidente dei giovani imprenditori dell’Umbria, guida il cluster regionale insieme alla Umbria Group. I poli in tutto sono 16, in quasi tutte le regioni.Anche le start-up sono scatenate e hanno sdoganato l’opportunità di utilizzare le proprie tecnologie in un’ottica dual use. «Con la nostra Sgr (società di gestione del risparmio, ndr) Deep Ocean Capital, abbiamo numerose partecipazioni in società innovative che possono trovare un mercato anche nella difesa», spiega il Ceo Domenico Nesci. «Un esempio è la K3RX, uno spinoff dei laboratori del Cnr di Faenza che realizza materiali avanzati che resistono fino a 2.500 gradi, senza perdere la loro struttura. Sono materiali utilizzabili nell’ambito dell’ipersonico civile, ad esempio, per le navicelle spaziali al rientro nell’atmosfera, ma anche in ambito militare». Non solo spazio: la Random Power è specializzata nella crittografia quantistica più sofisticata, in grado con i suoi prodotti di costruire infrastrutture non hackerabili neanche dalle più avanzate tecnologie. E qui entriamo nell’altro sconfinato settore della cybersecurity. Ancora, utilizzi civili e/o di sicurezza. «Anche un’altra nostra partecipata, la Gyala di Roma – riprende Nesci – è attiva nel settore della cybersecurity. Nata da esperienze maturata in contesti ad alta criticità operativa, sviluppa soluzioni per la cyber resilience estesa non solo alle infrastrutture It e di rete, ma anche alla cosiddetta Operation technology (Ot): parliamo di dispositivi fisici connessi come apparecchi medici nel civile e sistemi di difesa nel militare. Tutti vedono garantita la loro inviolabilità e la continuità dei processi. È una tecnologia software che rileva eventuali attacchi H24 e in tempo reale, potenziata da un sofisticato sistema basato su intelligenza artificiale “militar grade”».La partecipazione delle Pmi al riarmo (280 in Italia quelle coinvolte fra i 15 e i 70 dipendenti) è massiccia. Ma non è un fenomeno solo italiano: il gruppo di lavoro sulla difesa del Comitato europeo delle regioni si è riunito il 16 giugno 2026 a Cartagena, nella regione di Murcia, chiedendo alle piccole e medie imprese di svolgere un ruolo maggiore nell’industria europea della difesa. I membri chiedono procedure più semplici, più accesso ai finanziamenti e agli appalti pubblici e la piena integrazione della prospettiva delle Pmi nelle politiche di difesa dell’Ue e nel quadro finanziario pluriennale 2028-2034.Un esperto di lunga data come Luigi Capello, precursore del venture capitalism in Italia, è d’accordo: «L’Italia può portare innovazione e competenze anche in molti altri Paesi». Per molti anni è stato Ceo di L-Venture Group oggi ribattezzata Zest dopo la fusione con Digital Magics dell’aprile 2024. Zest è il maggior incubatore e “acceleratore” di start-up in Italia quotato all’Euronext. Molte delle aziende del “basket” Zest fanno parte del composito settore “aero-difesa”: Cylock ha creato un software basato sull’Ia che simula attacchi hacker ed esegue test in modo automatico permettendo a organizzazioni e istituzioni di correggere le falle nei sistemi; StarView usa immagini satellitari e Ia per automatizzare la valutazione dei danni e la risposta alla crisi; TrueSense progetta moduli hardware per localizzare i segnali radar ad alta precisione; Vectro abilita comunicazioni satellitari real-time per i settori emergenza e difesa. E così via.La Confindustria ha preso molto sul serio il nuovo trend. Il 26 giugno ha presentato “ConneXt Filiere”, un progetto designato a «rafforzare le connessioni industriali nei comparti strategici». Il presidente Emanuele Orsini ha rimarcato la necessità di trasformare la nuova stagione di investimenti nel comparto in una leva di crescita per il sistema produttivo italiano: «L’obiettivo Nato della spesa in difesa al 3,5% del Pil entro il 2035 non è solo un traguardo finanziario: è uno dei pilastri della politica industriale italiana ed europea. Impone una strategia nazionale capace di trasformare la scelta in un’opportunità per costruire un piano industriale di lungo periodo per il Paese in cui gli investimenti si traducano in innovazione, competenze, occupazione qualificata e competitività». La posta in gioco è alta: un incremento cumulato del Pil pari al 3% è il potenziale impatto economico che l’Italia potrebbe ottenere dal raggiungimento dell’obiettivo Nato, a condizione che la crescita degli investimenti venga indirizzata verso le filiere produttive nazionali. Al contrario, se gli investimenti saranno rivolti all’acquisto di prodotti e tecnologie dall’estero, la crescita del Pil si fermerebbe allo 0,9%. L’ennesima occasione perduta.
Droni, leghe speciali, aerospazio e dati: le imprese si votano al dual use
Tra riconversioni e sviluppo mirato di prodotti per la difesa, le aziende si preparano a cogliere l’opportunità di mercato











