Erling Haaland è tornato in Norvegia con diversi procioni impagliati, comprati per settecentocinquanta dollari l'uno in un negozio di Dallas. È un dettaglio quasi comico, ma è anche, a suo modo, la sintesi di quello che è successo in America quest'estate: milioni di tifosi arrivati da ogni angolo del pianeta per il Mondiale di calcio si sono imbattuti in un paese diverso da quello che si aspettavano di trovare. Non l'America ostile e autoritaria raccontata dai social e amplificata dalla retorica muscolare dell’Amministrazione Trump, ma un paese di hash brown al Waffle House, di panini al brisket da Buc-ee's, di taxi Waymo che sfrecciano silenziosi senza conducente — un'America, insomma, che quest’estate ha ricominciato a sedurre proprio mentre la sua politica estera allontanava perfino gli alleati storici.

È la tesi al centro di un lungo reportage firmato da Joshua Robinson e Jonathan Clegg sul Wall Street Journal, due firme che insieme hanno seguito nove edizioni del Mondiale da due posizioni diverse: Clegg oggi è direttore, Robinson è capo della redazione sportiva. Con questo pezzo raccontano non tanto il torneo sul campo quanto il «torneo invisibile»: quello che si è giocato nei parcheggi dei centri commerciali, nei taxi, nelle conversazioni tra un tifoso olandese e un cameriere del Kansas.