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Se vi appassiona questa materia, se volete capire come le tesi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino furono osteggiate nel cuore stesso di certa magistratura, e come (da sinistra e non solo) si sia veicolata per trent’anni una narrazione distorta, allora c’è un libro che dovete assolutamente prendere in mano. È uscito a novembre del 2024, si intitola «L’altra verità – Giovanni Falcone, Vito Ciancimino e la lotta alla "vera mafia" che non si è ancora completamente combattuta» (edizioni Piemme), e ne sono autori il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno. Quel che emerge dal volume è materiale rovente: in un altro paese, avrebbe scatenato discussioni al calor bianco. E invece in Italia si è istantaneamente creata un’imbarazzante coltre di silenzio, la stessa a cui stiamo assistendo in questi giorni sul caso Scarpinato-Natoli. Un pezzo della storia è già noto: il lungo (e infine vano) tentativo di criminalizzare Mori e De Donno, di isolarli, di costruire il grande racconto mediatico e giudiziario della «trattativa», di usare quella potente e fumosa narrazione per nascondere troppe altre cose. Che però nel libro emergono prepotentemente, a partire da un dattiloscritto (pubblicato nel volume) in cui Vito Ciancimino, politico compromesso con i poteri criminali ma depositario di conoscenze che dovevano per lo meno essere esaminate, arriva a delineare ipotesi in qualche misura convergenti con quelle che – per vie completamente diverse – erano state elaborate da Giovanni Falcone: e cioè l’esistenza di qualcos’altro rispetto alla mafia criminale propriamente detta. Perché non si volle dar seguito alle informazioni offerte da Ciancimino? Chi aveva interesse a non svelare la compromissione dell’intero sistema dei partiti (incluso il Pci di allora), e quindi non solo della Dc, con i poteri criminali e la spartizione illegale degli appalti? Ed è esistita (altro che la «trattativa» addebitata a Mori e De Donno) un’interlocuzione opaca e non chiarita tra istituzioni e criminalità organizzata? Chi la condusse?