Il piano d’occupazione israeliano della Cisgiordania segue da decenni una strategia consolidata: occupare più territori possibili e rendere inabitabili quelli che, invece, non sono controllati. In questo disegno neocoloniale si inserisce anche la politica di sfruttamento e controllo integrale delle risorse idriche dei Territori Occupati. Ultimo obiettivo di questo piano per cacciare la popolazione palestinese dalle proprie case è il bacino idrico delle Piscine di Salomone, sotto il controllo palestinese come stabilito dai secondi Accordi di Oslo del 1995 ma che oggi il ministro colono delle Finanze, Bezalel Smotrich, minaccia di violare.
In realtà, si tratta di più di una semplice minaccia. Gruppi di coloni, sostenuti come al solito dalle Forze di difesa israeliane (Idf), hanno intensificato la loro presenza intorno al bacino idrico che risale al II secolo a.C. e che è diventato uno dei principali complessi dell’antichità per il rifornimento d’acqua a Gerusalemme. Un sistema sviluppato dai Romani, poi perfezionato dagli Ottomani e, infine, dai britannici. Oggi il sito è una importante risorsa controllata dai palestinesi che la utilizzano come luogo di relax per la popolazione locale e quella in arrivo dalla vicina Betlemme.







