Una antologia delle lettere scambiate da Primo Levi con studenti e insegnanti che lo invitavano a incontri nelle loro scuole ha inaugurato una nuova edizione di tutte le opere dello scrittore che si concluderà nell’aprile 2027, a quarant’anni dalla morte del chimico-scrittore. “Mi interessa la gente perché ne faccio parte”, il titolo scelto da Fabio Levi, curatore del volume (Einaudi, XX + 181 pagine, 12,50 euro), corrisponde bene al contenuto. Ammesso che ce ne fosse bisogno, queste pagine sono la miglior dimostrazione dell’empatia che Primo Levi sapeva creare prima con i suoi lettori, e poi nel dialogo diretto con loro, giovani o aduli che fossero. La lettera di una dodicenne Primo Levi incominciò ad accettare gli inviti delle scuole nel 1959, quando una ragazzina di 12 anni scrisse a una popolare rubrica de La Stampa domandando se fossero veri gli orrori descritti da mostra sulla deportazione degli ebrei aperta in quei giorni a Palazzo Madama. Levi rispose nella stessa rubrica. “È la lettera che attendevamo”, scrisse al quotidiano torinese, cioè la lettera di qualcuno che era nato dopo quegli orrori nazi-fascisti e voleva sapere. Un impegno costante Per Primo Levi fu l’inizio di un terzo mestiere, quello dell’educatore, aggiunto a quelli del chimico e dello scrittore. Nel 1979 aveva già visitato almeno 130 scuole dalle Alpi alla Sicilia, ma il numero è per difetto, perché parte dei carteggi è andata persa. Si può tuttavia integrarlo per via induttiva. “Tra il 1973 e il 1986 – osserva il curatore – risultano tra le carte di Levi 124 scambi con un massimo di 18 in un anno, il 1980, e un minimo di 5 nel 1975 e nel ’78. Da notare però che nei primi sette anni e nei successivi 7 il totale non cambiò di molto: 58 nel primo periodo e 66 nel secondo, a segnare un andamento relativamente costante”. Il calo del 1975 spiega con il fatto che in quell’anno Primo Levi entrò nel Consiglio d’Istituto del Liceo d’Azeglio, che era stato il suo e quello dei suoi figli Renzo e Lisa. La statistica geografica Quanto alla statistica geografica, 28 sono gli incontri in scuole torinesi, 11 a Cuneo, 10 a Milano, 7 a Firenze, 5 a Piacenza, e poi Venezia, Pesaro, Reggio Emilia, Benevento, Genova, Carrara, Pistoia, Vicenza, Aosta, Sassari, Verona, Roma, Lucca, Vercelli, Modena, Bari, Savona, Alessandria, Bari, Forlì, Ferrara, Cremona, Lecco, Palermo, Perugia, Brescia, Belluno, Frosinone, Rovigo. Il filtro che Levi applicava era la serietà della richiesta, spesso motivata dalla lettura nelle classi di “Se questo è un uomo” o “La tregua”. Concessa la fiducia, “non esitava a rispondere a tutte le domande, con la puntigliosità e la puntualità che dovrebbero essere cosa normale in un rapporto educativo”. Testimone di un incontro a Torino Ho avuto la fortuna di esserne testimone nel pomeriggio del 24 maggio 1979 alla scuola media statale “Carlo e Nello Rosselli” di Torino. Partecipai a quell’incontro per scriverne sulla “Gazzetta del Popolo”, quotidiano del quale allora curavo la Terza Pagina. Semplicità, chiarezza, cortesia e umiltà furono anche in quell’occasione la cifra distintiva delle risposte di Primo Levi. Non volle salire sul palcoscenico dell’auditorium, preferì passeggiare davanti alla prima fila della platea. Parlò dell’infernale tritacarne di Auschwitz con parole precise, geometriche, quasi scientifiche, perfettamente accessibili a giovani delle medie. La domanda sul perdono Non eluse la domanda cruciale: se avesse perdonato i suoi persecutori. Spiegò che non provava un odio personale o un desiderio di vendetta. L'odio era per lui un sentimento animale e irrazionale, esigeva invece il rigore della ragione e della giustizia. Specificava inoltre di non poter concedere il perdono a chi non lo aveva chiesto o a chi non aveva mostrato alcun segno di ravvedimento: “Sono disposto a perdonare un nemico che si ravvede perché ha cessato di essere un nemico.» Antieroico e paziente La chiarezza del pensiero e delle parole era per Levi, prima ancora che un fatto stilistico, un irrinunciabile segno di buona educazione e di rispetto per chi ascolta. Alla fine accettò lo scatto di una fotografia tra gli studenti. Riportai l’impressione di un Levi maieutico e antieroico, paziente nell’esaudire la curiosità talvolta spiazzante dei pre-adolescenti, timido ma nello stesso tempo fortificato dalla sua terribile esperienza.
Primo Levi in 130 scuole dalle Alpi alla Sicilia
Rispondere a insegnanti e studenti diventò per lui un terzo mestiere, dopo quello di chimico e di scrittore. Ora un libro documenta i suoi interventi di educat…









