Domani, quando andrà a Buckingham Palace per essere confermato da re Carlo primo ministro, l’ultimo di una serie, Andy Burnham – dinamico ex sindaco di Manchester, la seconda città più importante della Gran Bretagna – saprà già tre cose. Saprà che, per fare meglio del suo scialbo predecessore Sir Keir Starmer, dovrà comunicare magistralmente, dando l’impressione di avere un piano chiaro in mente per il governo, anche se non ne ha ancora elaborato uno. Saprà di non dover più blandire Donald Trump, perché farlo è tossico nella politica britannica. Saprà, infine, che il suo avversario principale Nigel Farage, di estrema destra e antieuropeo, è pronto a spiccare un balzo al minimo tentativo da parte sua di riavvicinare la Gran Bretagna all’Europa, anche se i sondaggi indicano che l’opinione pubblica ormai è nettamente più filo-Ue. La soluzione ai problemi della Gran Bretagna si colloca proprio in quella strana contraddizione e Burnham, che al momento gode di popolarità, forse riuscirà ad agguantarla. Il Regno Unito era solito vantarsi della monotona stabilità della sua politica. Il fatto fin troppo elettrizzante che Burnham sarà il settimo Primo ministro in un decennio – rispetto agli appena sei nei quarant’anni precedenti – lascia intendere che la Gran Bretagna sta diventando più europea in politica. La Francia oggi è al suo nono primo ministro in dieci anni, l’Italia al quinto. L’instabilità della Gran Bretagna riflette la stagnazione economica e il derivante malcontento sociale che ha dato a Nigel Farage e al suo Reform Party un netto vantaggio nei sondaggi. La stagnazione negli standard di vita si è aggravata dalla Brexit in poi, ma non è iniziata nel 2016: cominciò con la crisi finanziaria globale del 2007-2008 che colpì il Regno Unito più gravemente della maggior parte degli altri Paesi europei a causa della sua dipendenza dai servizi finanziari. Oggi la Gran Bretagna si sente in trappola, più o meno come la Francia, per il suo grande indebitamento che lascia agli investimenti pubblici poco margine di manovra per poter stimolare la crescita. La prestazione economica britannica non è stata peggiore di quella italiana ma, a differenza dell’Italia, la Gran Bretagna non ha ricevuto una cospicua iniezione di fondi europei con i quali ripristinare le sue infrastrutture e risollevare l’umore dell’opinione pubblica. Uno dei pochi successi di Starmer è che il suo governo è riuscito a ottenere una notevole riduzione dell’immigrazione, ma né lui né il Partito laburista ne hanno raccolto il merito. Un’opinione pubblica insoddisfatta ha bisogno di qualcuno a cui addossare le colpe dei suoi guai, e gli immigrati sono sempre un bersaglio comodo. Se l’eloquente, giovane e piacente Emmanuel Macron non è riuscito a trasformare la Francia nei nove anni della sua presidenza, né a spazzare via la prospettiva di una vittoria e ascesa al potere l’anno prossimo dei populisti di destra, quali chance può avere un altrettanto eloquente (seppur meno giovane, con i suoi 56 anni) Andy Burnham in Gran Bretagna? Burnham ha esperienza di governo, avendo fatto parte dei governi laburisti guidati da Tony Blair e Gordon Brown tra il 1997 e il 2010. Il suo mandato a sindaco di Manchester è stato un successo, ed è coinciso con un nuovo periodo di benessere per quella città del Nord fino ad allora depressa. Governare un Paese, però, sarà di gran lunga più difficile che governare una città. Parte della soluzione non dovrà risiedere nell’eloquenza: laddove Starmer era scialbo e privo di un piano chiaro, Burnham promette di essere vivace, ottimista, pieno di idee interessanti, per esempio su come ridurre l’eccessiva centralizzazione britannica e costruire nuovi alloggi di edilizia popolare. Affinché tali idee si concretizzino, però, Burnham avrà bisogno anche di grande coraggio, soprattutto affrontando le due più grandi cause di instabilità in Gran Bretagna. La prima è il sistema elettorale. Il motivo per cui Farage e il suo Reform Party costituiscono una seria minaccia, malgrado la maggioranza degli elettori sia ormai convinta che la Brexit fu un errore, è che le regole elettorali – per le quali chi vince in un collegio uninominale prende tutto – rendono possibile conquistare una grande maggioranza parlamentare con poco più del 30 per cento del voto popolare. Farage attualmente arriva al 25 per cento circa. Ora che i partiti politici britannici sono diventati più frammentati rispetto a quando laburisti e conservatori erano prevalenti, è giunto il momento di passare a un sistema elettorale più proporzionato. Questo richiederebbe un referendum, che non si può indire in tempo per le elezioni del 2029. Inaugurando un dibattito pubblico sulla questione e promettendo un referendum, però, Burnham potrebbe accumulare un ampio consenso che lo aiuterebbe a sconfiggere Farage. La seconda causa di instabilità è il mediocre rapporto della Gran Bretagna con l’Unione europea, che rimane pur sempre il partner commerciale più importante del Paese. Rientrare nell’Ue non sarà possibile fino a quando una riforma elettorale non avrà reso più stabile la politica britannica. Burnham, che si dichiara filoeuropeo, potrebbe in ogni caso dimostrare di essere coraggioso dando il via libera a trattative per rientrare nel mercato unico dell’Ue e, così facendo, abbassare le barriere contro le esportazioni britanniche, o promettendo di farlo subito dopo le elezioni del 2029. Burnham potrebbe dimostrarsi fortunato, quanto alle tempistiche: sta per entrare in carica proprio mentre Nigel Farage è nei guai sul piano politico per uno scandalo su alcune donazioni segrete e mentre il suo Reform Party deve raccogliere la sfida di un nuovo partito contrario all’immigrazione che promette di spaccare il voto degli estremisti. A tutti i primi ministri serve un po’ di fortuna. Tutti i primi ministri, però, devono anche essere intelligenti e svegli a sufficienza da saperla sfruttare. Traduzione di Anna Bissanti