Dopo una nuova notte di pesanti raid americani contro l’Iran, missili e droni sono stati lanciati ieri, nelle prime ore del mattino, contro le basi di Muwaffaq Salti e Al Azraq, in un nuovo attacco di Teheran contro le installazioni militari della Giordania che ospitano forze statunitensi. Amman afferma che non si sono registrati feriti né danni materiali. La Guardia rivoluzionaria iraniana, invece, sostiene di aver compiuto un «attacco devastante». A fare chiarezza sono stati i comandi Usa, riferendo che due militari statunitensi sono rimasti uccisi mentre difendevano le basi da missili e droni. Un terzo soldato risulta disperso.
Notizie alle quali i media statali giordani hanno dato poco rilievo. Non sorprende, perché la ripresa della guerra contro l’Iran, scatenata da Donald Trump e Benyamin Netanyahu il 28 febbraio, incrina non poco la narrazione ufficiale della Giordania, «vittima della geografia» perché incastrata tra Israele, Cisgiordania occupata, Libano, Siria, Iraq e Arabia saudita e, pertanto, esposta, suo malgrado, alle conseguenze di conflitti regionali dai quali cerca di tenersi a distanza. Può ancora re Abdallah, alleato di ferro dell’Occidente, critico nei confronti di Israele e delle sue politiche contro i palestinesi eppure pronto ad abbattere i missili iraniani diretti verso Tel Aviv, affermare che il suo regno sta soltanto difendendo la propria sovranità mentre ospita e assiste forze americane impegnate in guerra?













