Costi fuori controllo, un uso smodato degli strumenti di intelligenza artificiale e una precipitosa marcia indietro che sta interessando anche le stesse big tech che hanno soffiato sul fuoco dell’Ai. È la “token apocalypse”, denunciata tra i primi dal Ceo di Uber Dara Khosrowshahi nel corso di un’intervista. «Abbiamo esaurito in un solo trimestre l’intero budget per l’Ai previsto per tutto l’anno» ha spiegato, aggiungendo che i costi legati all’uso degli strumenti artificiali avrà un impatto sulle politiche di assunzione dell’azienda. In sintesi: se l’Ai costa troppo, si assumono meno lavoratori in carne e ossa.

A innescare la crisi è stato il cambio di politiche di prezzo avviato da OpenAI, Anthropic e soci. Dalle licenze mensili, con costi prevedibili, si è infatti passati a un modello basato sui token utilizzati. I token sono l’unità di misura del consumo di un modello di intelligenza artificiale, l’equivalente dei kilowattora per l’energia elettrica o dei gigabyte per una connessione internet. L’esplosione dei consumi ha molteplici cause, alcune delle quali al limite del surreale e legate principalmente all’effetto “wow” dell’intelligenza artificiale.

NELLA PAZZA CORSA all’adozione di strumenti di Ai, le aziende hanno infatti incentivato i loro dipendenti a sfruttarli in maniera intensiva. È il fenomeno del “tokenmaxxing”, che ha portato a conseguenze paradossali. Nel caso di Amazon, in cui l’azienda aveva introdotto una sorta di classifica interna che premiava i lavoratori e i reparti che sfruttavano al massimo l’Ai. Risultato: i dipendenti hanno cominciato a “gonfiare” i dati affidando all’intelligenza artificiale compiti perfettamente inutili o adottando tecniche per rendere più dispendioso in termini di token l’esecuzione delle normali attività.