A detta di molti, il 2026 doveva essere l'anno della consacrazione degli agenti AI: software capaci non solo di rispondere a domande, ma di leggere documenti, scrivere codici, eseguire verifiche e portare avanti compiti complessi in modo autonomo. Ma mentre le aziende hanno iniziato ad adottarli su larga scala, è emerso un problema: il costo. Colossi come Amazon, Meta, Microsoft, Uber e Walmart, secondo il Financial Times, stanno introducendo limiti e tetti di spesa per contenere il consumo di token, l'unità di misura del "consumo" dell'intelligenza artificiale, degli agenti e quindi il costo complessivo.
Un cambiamento non da poco se si pensa che fino a pochi mesi fa, in molte aziende si era diffusa persino la pratica del "tokenmaxxing": usare l'intelligenza artificiale il più possibile, consumando sempre più token. La logica era semplice: se l'AI aumenta la produttività, usarne di più non può che essere un vantaggio.
Cosa ha spinto le aziende a passare dal tokenmaxxing al tokenminning? Le bollette. Gli agenti richiedono enormi quantità di potenza di calcolo e stanno facendo crescere i costi molto più rapidamente del previsto. A questo si aggiunge che, come racconta il Financial Times, OpenAI, Anthropic e gli altri laboratori stanno progressivamente abbandonando modelli di business basati su abbonamenti prevedibili per spostarsi verso tariffe legate all'utilizzo effettivo. In pratica ogni richiesta, ogni processo automatizzato e ogni agente consumano token e generano un costo. Per molte aziende, abituate a spese più stabili e prevedibili, è stato uno shock.









