Era il 1921 quando Marc Bloch, reduce dalle trincee, pubblicò le sue Riflessioni di uno storico sulle false notizie di guerra. Vi descrisse l’effetto della censura militare che, gettando discredito sulla parola scritta, aveva favorito «un risveglio prodigioso della tradizione orale, madre antica delle leggende e dei miti». Quello stesso discredito si riversa, nel tempo contemporaneo di guerre e feudalesimo digitale, sulle aziende produttrici di informazione. E investe il fragile sistema editoriale italiano con movimenti tellurici accelerati. Quanto al risveglio prodigioso di leggende e miti, ci pensano i tecnocrati padroni degli algoritmi a spacciarne di sempre più violenti e reazionari.

In Italia, salvo eccezioni per cui bastano le dita di una mano, il crollo delle vendite dei giornali non trova compensazione né numerica né economica online. I giornali filogovernativi perdono copie ma non il cipiglio aggressivo. Da quelle parti, direbbe Marc Bloch, si riesumano tradizioni orali sui buoni che siamo noi e gli altri cattivi che meritano solo il peggio. Ma nel frattempo il riassetto complessivo delle proprietà editoriali sdrucciola rapidamente a destra inseguendo il più forte, il più ricco, il prossimo leader vincente.