«Chiusi qui dentro, da quel finestrone abbiamo visto tutti i giorni Greg Bovino che con la sua flotta di suv arrivava qui per catturare persone. Questa strada era il suo territorio di caccia preferito». Emilia, coordinatrice della organizzazione di comunità “Unidos”, ha le lacrime agli occhi quando inizia a raccontare. Qui tutti devono ingoiare il groppo in gola quando ricordano i giorni della Metro Surge, l’operazione militare condotta dall’Ice a Minneapolis che ha causato la morte di Renee Good e Alex Pretty, una serie infinita di violenze perfino contro bambini, qualche migliaio di persone di origine latina incarcerate e deportate. Si è trattato dell’operazione militare simbolo della guerra ai migranti, cardine dell’amministrazione Trump.
LE FAMIGLIE SONO RIUNITE al Mercado Central, nel cuore del Barrio Latino, un grande edificio pieno di murales che sta tra Lake Street e Bloomington Avenue. All’interno, nella sala più grande, si tiene uno degli incontri di «restituzione e ascolto» attraverso i quali le comunità organizzate raccolgono i racconti delle vittime dei giorni della guerra civile voluta dalla Casa Bianca. «Ci siamo trovati in mezzo ad una guerra, disarmati, e senza sapere il perché», spiega Marcos, che insieme alla moglie gestisce dentro il Mercado un chiosco di burrito. Il Mercado Central ha venticinque anni. È stato messo in piedi da 40 famiglie di migranti, aiutate dalla Chiesa del Sacro Cuore, una parrocchia di periferia unica allora ad avere aperto le sue porte a quei nuovi arrivati da varie parti del Messico.






