Con la sentenza del 2 luglio 2026 la quarta sezione della Corte di giustizia dell’Unione Europea ha stabilito un discutibile precedente giudiziario che consente di estendere arbitrariamente i limiti delle competenze dell’Unione europea in materia di interpretazione della legge penale e stabilisce un pericoloso limite alla libertà di stampa e di manifestazione del pensiero online.
Ora, grazie alla Corte europea, infatti, le sanzioni per i divieti di diffusione di contenuti russi imposti a media company e piattaforme di content sharing possono essere estese anche a qualsiasi persona fisica che pubblica in autonomia dei contenuti online senza fini commerciali.
Poco importa che il contenuto sia stato pubblicato per criticarne le tesi o per sostenerne le ragioni, perché il divieto di diffusione fa, letteralmente di tutta l’erba un fascio. Il risultato concreto è che tutti i cittadini degli Stati membri sono potenzialmente a rischio di andare sotto processo se sui propri profili o sui propri blog riportano anche solo occasionalmente i contenuti censurati dalla UE.
L’origine della controversia
La sentenza è stata emanata a seguito della richiesta formulata da un tribunale penale tedesco che stava processando tre persone accusate di avere pubblicato su un sito nella loro disponibilità dei video prodotti da RT Germany —l’emittente russa i cui contenuti sono stati banditi dal regolamento 833/2014 nell’ambito delle sanzioni adottate per l’invasione dell’Ucraina.








