La Corte di Giustizia Ue chiarisce che il divieto di diffondere contenuti di Russia Today e degli altri soggetti sanzionati non riguarda solo gli operatori economici, ma chiunque ne favorisca la circolazione. La sentenza apre un nuovo fronte sul rapporto tra libertà di espressione, propaganda straniera e sicurezza nazionale, rilanciando il tema della trasparenza sulle campagne informative riconducibili al Cremlino. L’analisi di Alessandro Sterpa, costituzionalista e professore di Diritto pubblico all’Università della Tuscia
Una sentenza della Corte di Giustizia non è una decisione qualsiasi. Essa ha effetti per tutti gli Stati membri e, se come nel caso attuale di “questione pregiudiziale”, impone a tutti gli europei di applicare il diritto come interpretato in quella sede. Tutti significa Stati e soggetti giuridici pubblici e privati.
Il 2 luglio il giudice europeo ha chiarito chi siano i soggetti ai quali si impone l’obbligo di non ri-divulgare le informazioni di Russia Today Germania ossia di uno dei soggetti individuati dall’allegato alle norme dell’Ue come propagandisti del Cremlino che inquinano l’aria della riflessione pubblica del “mondo libero” (C-67/25).
Il regolamento sulle sanzioni alla Russia del 2014, infatti, impiega il termine “operatore”, ma si tratta – questo il passaggio chiave della sentenza – di un riferimento che non impone il divieto solamente agli operatori economici (quelli, cioè, che con quelle notizie russe ci guadagnano direttamente), ma a chiunque le diffonda.







