«La bruschetta rimette ar monno un morto!», assicura Aldo Fabrizi in uno dei suoi celebri sonetti romaneschi.

Fabrizi, straordinario attore, Pascoli dei fornelli, celebra in versi la cucina, opera d’ingegno e di fantasia, le tradizioni della tavola, il «sole in panza» e «mamma caloria/ che tira su chi sciopera e lavora». Fabrizi scrive per il palato e la gola, certo, ma usando cuore e testa. Nei sonetti romaneschi, nelle ricette in versi, in Nonno pane, Nonna minestra, La pastasciutta, ci sono metafore di vita e tanta ironica filosofia.

Adesso esagero, ma siccome lo penso lo scrivo: Fabrizi è l’Aristotele dei bucatini all’Amatriciana, il Platone dei tonnarelli cacio e pepe. Ha coniugato la bontà della tavola dell’Urbe con la vita, le gioie e i dispiaceri quotidiani. Insomma, con la filosofia. C’è posto anche per la morte nella pentola dove bolle la pasta. L’attore romano aveva pensato alla Mietitrice lasciando questo epitaffio da incidere sulla sua tomba: «Tolto da questo mondo troppo al dente». Non l’hanno accontentato. Caro Aldo, il mondo, come i tortijoni e le tue amate pappardelle, continua a essere troppo al dente o troppo scotto. Il giusto punto di cottura della pasta umana è di là da raggiungere.