Con malcelato disprezzo, a lui il gioielliere Mario Roggero si è riferito definendolo “lo scafista che ha ammazzato trenta persone a cui Mattarella ha dato la grazia”. Ma Alaa Faraj, per il quale a ottobre - anche alla luce delle “crepe investigative” già sottolineate dalla Corte d’appello di Messina e di nuovi elementi raccolti dai legali - i giudici decideranno se revisionare il processo in cui lui e altri ragazzi sono stati condannati, non ha mai impugnato un’arma per uccidere. E non lo hanno fatto neanche gli altri che adesso come lui attendono di capire se ci sarà un’altra verità giudiziaria sulla traversata che hanno affrontato.

A vent’anni, Alaa Faraj era una delle stelle del calcio libico. Non un Messi certo, ma uno che già si era fatto notare e sognava i campi europei. Ma all’epoca la Libia era infiammata dalla guerra civile, non c’era spazio per i sogni. Lui ci ha provato a uscire legalmente dal Paese con un visto universitario, ma dall’Europa non è mai arrivata una risposta. E allora lui e gli altri – avversari in campo, amici fuori, compagni nel corso di una traversata terribile – hanno deciso di imbarcarsi. Non lo aveva detto ai suoi, non aveva detto che avrebbe tentato di fuggire via mare neanche agli amici più stretti.