Tornano in libertà alcuni degli indagati arrestati nell’inchiesta dell’Antimafia di Lecce e della Procura ionica denominata «Babele», su una presunta associazione a delinquere che avrebbe favorito l’immigrazione clandestina attraverso finte assunzioni e che, il 30 giugno, ha portato all’applicazione di 30 misure cautelari tra Taranto, Lecce, Foggia, Matera, Campobasso, Milano, Verona, Ragusa e Latina. Tra gli indagati che hanno ottenuto l’annullamento della misura cautelare, Kibria Mollah: difeso dall’avvocato Alessandro Scapati, era in carcere per il reato associativo e numerosi episodi di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Revocati i domiciliari anche per l’imprenditore Pasquale De Quarto che, assistito dal difensore Marcello Ferramosca era ai domiciliari con l’accusa di aver simulato finte assunzioni. Infine è tornato in libertà anche il 75enne Franco Massafra, titolare del ristorante “Don Crudo”, difeso dall’avvocato Luca Balistreri accusato anche lui di aver attestato l’assunzione fittizia di cittadini irregolari sul territorio (aveva ottenuto già la sostituzione della misura dal carcere ai domiciliari per motivi di salute).
L’inchiesta coordinata dall’allora sostituto della Dda Milto De Nozza – ora procuratore aggiunto a Bari – e dal pm Francesca Colaci, avrebbe messo in luce un gruppo guidato da due tarantini, il 63enne avvocato Michele Cervellera e il 52enne Antonio Damiano Milella (entrambi finiti in carcere). Il primo, per l’accusa, gestiva direttamente lo smistamento dei lavoratori alle aziende, curando i rapporti con gli intermediari e contrattando con gli stessi il corrispettivo per la prestazione illecita. Mentre Milella, in qualità di titolare del Caf avrebbe inserito le richieste di nulla osta all’ingresso in Italia per lavoratori subordinati o stagionali extracomunitari nel portale ministeriale. Dagli atti di indagine sarebbe emerso che, aggirando il c.d. «decreto flussi» i procacciatori all’estero trovavano uomini e donne disposte a pagare fino a 6500 euro per arrivare in Italia, mentre i datori di lavoro offrivano disponibilità ad assumere fittiziamente lavoratori stagionali e i professionisti facevano infine quadrare i conti predisponendo sul portale online “Ali” del Ministero dell’Interno le domande per ottenere il via libera alla pratica.






