Pubblicato il: 18/07/2026 – 10:16

di Giorgio Curcio

MILANO Dopo 49 anni trascorsi ininterrottamente dietro le sbarre, Domenico Papalia, conosciuto come “Micu”, ha lasciato il carcere. Il Tribunale di sorveglianza di Bologna ha accolto l’istanza presentata dai suoi difensori (gli avvocati Annarita Franchi, Rosa Martino e Ambra Giovene) concedendo all’81enne la detenzione domiciliare per motivi di salute. Papalia, da tempo affetto da una grave patologia oncologica, era detenuto nel penitenziario di Parma e sconterà la pena ai domiciliari, almeno per il momento lontano dalla Calabria. Si chiude tuttavia una detenzione iniziata nel 1977, quando Papalia aveva poco più di trent’anni, e diventata una delle più lunghe nella storia penitenziaria italiana.

Il “papa” della ’ndrangheta

Originario di Platì e fratello di Antonio e Rocco Papalia, Micu è stato indicato per decenni come una delle figure più autorevoli della ’ndrangheta calabrese e lombarda. Una sorta di “papa” delle cosche, capace, secondo investigatori e collaboratori di giustizia, di conservare il proprio peso anche durante la lunghissima detenzione. La storia dei Papalia è legata soprattutto a Buccinasco e all’hinterland milanese, la cosiddetta “Platì del Nord”, diventata dagli anni Settanta uno dei principali avamposti della criminalità organizzata calabrese. Rapporti con i De Stefano, sequestri di persona, traffici di droga e omicidi hanno accompagnato l’ascesa della famiglia, mentre Micu diventava un riferimento riconosciuto anche fuori dalla Lombardia. Il collaboratore Annunziato Romeo lo aveva definito un «Giano bifronte»: referente della ’ndrangheta di Platì e, allo stesso tempo, rappresentante dell’organizzazione su scala nazionale. Papalia era stato condannato all’ergastolo per l’omicidio del boss Antonio D’Agostino, avvenuto a Roma nel novembre del 1976. Quella sentenza, però, fu ribaltata nel 2017 dalla Corte d’Assise d’appello di Perugia al termine di un processo di revisione: assoluzione per non aver commesso il fatto. La scarcerazione non arrivò, perché sul boss gravavano altre condanne, tra cui quella definitiva come mandante dell’omicidio di Umberto Mormile.