di Carlo Galatisabato 18 luglio 20263' di letturaIl broncio si sciolse a Bergamo, il 12 maggio 1985. Al fischio finale di Atalanta-Verona, Osvaldo Bagnoli lasciò affiorare un sorriso quasi inatteso: l’Hellas era campione d’Italia. Quell’immagine racconta ancora tutto di lui, uomo nato alla Bovisa, quartiere popolare e popoloso di Milano e diventato leggenda nella città dell’Arena, capace di costruire il più grande miracolo del calcio di provincia senza mai alzare i toni, almeno non in pubblico. È morto ieri a 91 anni all’ospedale di Borgo Roma, nella città che lo aveva adottato. Verona perde il suo allenatore, il calcio italiano uno degli ultimi maestri di un’epoca irripetibile. Pochissimi allenatori si identificano così totalmente con un successo. Ancora meno quando quel successo conserva il sapore romantico del calcio d’antan, quello degli anni Ottanta del secolo scorso in cui l’Italia era la terra promessa del pallone e ospitava Maradona, Platini, Zico, Falcao e Rummenigge. In mezzo a quei giganti vinse una provinciale guidata da un uomo socialista per tradizione familiare e operaio nel modo di intendere il lavoro. Nella borghese Verona trasferì la propria idea di proletariato calcistico: nessuno sopra gli altri, ciascuno indispensabile agli altri. Il solo paragone moderno è il Leicester di Ranieri, fatte le debite proporzioni: la stessa capacità di battere i più ricchi rendendo il gruppo più forte dei singoli.SCHOPENHAUER DELLA BOVISA
Ciao Osvaldo, l’uomo della Bovisa che un giorno compì un miracolo | Libero Quotidiano.it
Il broncio si sciolse a Bergamo, il 12 maggio 1985. Al fischio finale di Atalanta-Verona, Osvaldo Bagnoli lasciò affiorare un sorris...










