Dietro ogni decisione della pubblica amministrazione ci deve essere una «riserva di umanità», un confine invalicabile per l’intelligenza artificiale. È una clamorosa sentenza del Tar del Lazio, destinata a trasformarsi in un precedente, a fissare la linea rossa all’algoritmo: può supportare le scelte, ma l’ultima parola va lasciata a una persona in carne e ossa. Il caso del docente escluso dalla graduatoria A innescare i giudici amministrativi è stato il ricorso di un insegnante candidato al concorso per la scuola secondaria, classe Arte e Immagine: nel mirino c’è il decreto con cui l’ufficio scolastico, alla fine del 2024, ha approvato la graduatoria. Il sistema automatizzato non ha rilevato la riserva di posti a cui il candidato aveva diritto per il servizio prestato, perché la dichiarazione era stata inserita in una parte «erronea» della domanda. La macchina non se n’è accorta. E nessun essere umano, spiegano le carte, ha corretto il software.

L'algoritmo non può decidere da solo Parte la battaglia, il Tribunale dà ragione all’aspirante insegnante, e lo fa costruendo un ragionamento che va ben oltre il singolo caso: nelle procedure non automatizzate, ricordano i giudici, un requisito dichiarato nel posto sbagliato del modulo non può essere ignorato dall’amministrazione. Identico principio deve valere «nelle procedure automatizzate, in cui non può essere pretermessa la riserva di umanità». Il Collegio scolpisce il principio nero su bianco: «L’algoritmo, ove utilizzato dall’Amministrazione, costituisce un atto amministrativo informatico e non può tradursi in una delega integrale del potere decisionale a un sistema automatico, soprattutto nei procedimenti caratterizzati da profili valutativi o discrezionali».