Su La Stampa del 12 luglio Giuseppe Culicchia ha scritto che oggi l’intellettuale vive sotto quella che definisce una nuova inquisizione. È costretto a un pensiero “libero” che si traduce in un paradossale obbligo di schieramento, pena l’ostracismo, e spesso finisce con l’autocensurarsi. Christian Raimo gli ha risposto il giorno dopo, evidenziando come censura sia una parola con un soggetto preciso, lo Stato, o comunque un potere alto e istituzionale. E confondere l’asimmetria del potere statale o istituzionale (la vera censura) con la reattività orizzontale della sfera pubblica digitale (il dissenso, l’indignazione o persino la shitstorm) è un errore sia logico che storico.

Ci sono almeno due aspetti, credo, di cui si deve tenere conto per completare il quadro. E sono entrambi legati alla nuove configurazioni della struttura del potere, e dunque, oggi come non mai, al sistema dei media, che è teatro dell’espressione di pensiero e del dibattito, ma anche dell’indignazione virulenta, dunque della (presunta) crisi di parola dell’intellettuale. Il primo aspetto riguarda la natura e la forma della shitstorm. Che la intendiamo come indegno linciaggio o come prezzo da pagare per la libertà di espressione, occorre sempre tenere presente la sua principale peculiarità: la shitstorm non è fenomeno spontaneo, ma automatizzato, ovvero basato su un sistema progettato a priori di bot e troll farm che mappano i temi caldi o le paure collettive, e li portano all’attenzione. Questo, naturalmente, ha molto a che fare con il potere politico. Come scrive Giuliano da Empoli nel saggio Gli ingegneri del caos, dietro all’ascesa globale dei nuovi leader nazional-populisti c’è la capacità di generare shock continui e di spettacolarizzare l’informazione, spesso proprio attraverso le shitstorm. Il dato più interessante di questo fenomeno è che gli utenti reali, umani, che vi si aggregano finiscono per imitare, paradossalmente, il comportamento dei bot, non il contrario. Il filosofo coreano Byung-Chul Han l’ha definito “sciame digitale”: un agglomerato di individui isolati che si muovono simultaneamente, attratti da un picco di indignazione, e svanisce con la stessa rapidità non appena l’algoritmo trova un nuovo bersaglio, senza lasciare veri sedimenti culturali. Questo tema mi pare collegato alla censura nella misura in cui è collegato alla libertà di pensiero e di espressione: da un lato, come sostiene Culicchia, gli individui meno disposti a sopportare la gogna mediatica evitano inevitabilmente di esporsi.