Correzione. Da circa una settimana stiamo pubblicando articoli sulla libertà di espressione che purtroppo sono viziati da un errore ricorrente: definiamo censura ogni esclusione di artisti e intellettuali dalle manifestazioni pubbliche, argomentando con semplificazioni che fanno torto all’intelligenza del lettore.
Abbiamo scritto, per esempio, che “il patentino antifascista è ridicolo perché gli editori non sono partiti politici e gli autori non devono giurare sulla Costituzione”: ma la dichiarazione di adesione ai principi democratici richiesta da una manifestazione culturale non è equivalente al giuramento imposto ai funzionari dello Stato. Chiedere l’adesione ai valori antifascisti non equivale a imporre un giuramento ideologico: una manifestazione culturale sceglie sempre chi invitare sulla base di propri criteri. Un festival può decidere di privilegiare determinati valori culturali o politici: questo non elimina il diritto degli esclusi di pubblicare libri, organizzare eventi o esprimersi altrove!
Poi abbiamo scritto che “la Costituzione riconosce il diritto di parola anche ai fascisti”. Ma il diritto di esprimersi non coincide col diritto a un pulpito. La libertà di espressione tutela il cittadino contro la repressione di Stato, ma un editore può rifiutare un testo, un giornale può non pubblicare un articolo, un festival può selezionare gli ospiti. Questa è ordinaria autonomia culturale. Altrimenti ogni scelta editoriale diventerebbe una forma di censura!














