Il discorso alla nazione sulla sicurezza delle elezioni non ha avuto le reti unificate. Nbc e Abc hanno deciso di non trasmetterlo in diretta, Cbs lo fatto solo in parte. Alla fine non vi è stato l’annuncio di uno stato di emergenza e le «strepitose notizie» elettorali si sono rivelate una riedizione di vecchie accuse ed insinuazioni che hanno soprattutto dato ragione i programmers dei network (a cui Trump ha chiesto in diretta che vengano ritirare le licenze).

INVECE DELLE «prove inconfutabili», il presidente, visibilmente irritato e affaticato, ha offerto la solita tesi delle «elezioni rubate» (nel 2020), corredandola stavolta da una serie di documenti desecretati. I rapporti e le analisi dell’intelligence si riferiscono soprattutto a «vulnerabilità» e ad iniziative come quella della Cina che proprio nel 2020 avrebbe condotto una massiccia operazione di cyber spionaggio acquisendo dati su 220 milioni di elettori americani.

L’operazione cinese si sarebbe estesa al pagamento di giornalisti («affinché scrivessero articoli negativi su di me»).

MA QUELLO che sembra ancora mancare è ogni evidenza di un’effettiva interferenza cinese nei risultati (mentre è dimostrato l’intervento russo a favore dello stesso Trump nel 2016). Il sistema, ha ripetuto imperterrito Trump, non è solo vulnerabile agli interventi di Pechino ma anche a quelli russi, iraniani e nordcoreani nonché a personaggi poco raccomandabili come Nicolás Maduro, l’ex presidente venezuelano imprigionato a New York che avrebbe sovvertito con brogli le elezioni del suo paese nel 2024. «Un rapporto della Cia descrive in dettaglio i metodi usati allora per alterare digitalmente il voto elettronico in modo non tracciabile anche dalle migliori analisi». L’allusione implicita è stata alla presunta capacità di «cambiare i voti» nei terminali, una asserzione che, riportata nel 2020 dalla Fox, è costata all’emittente una querela dal produttore di terminali Dominion ed un risarcimento di 787 milioni di dollari per diffamazione.