«Siamo arrabbiati» dice Karolina mentre in sottofondo si sentono i cori dei manifestanti a Odessa. È il terzo giorno di proteste in tutte le grandi città ucraine contro la decisione di Volodymyr Zelensky di rimuovere il ministro della Difesa Mikhaylo Fedorov. Durante la giornata il nuovo esecutivo ha già aggravato la confusione e il malcontento evitando di nominare i ministri di Esteri e Difesa. Una crisi politica degna della vecchia Europa occidentale, se non fosse che in Ucraina c’è la guerra e quei due ministeri sono fondamentali per decidere della vita dei soldati al fronte e delle forniture militari di contraerea. Alla fine si è optato per l’ignavia: confermato, ad interim, Andriy Sybiga, e nominato – sempre ad interim – Evgeny Khmara. Zelensky ha disfatto e ora deve assumersene le conseguenze.
«CI SONO MOLTE più persone di ieri» continua Karolina, «pensa che ho incontrato amici che non vedevo da mesi e tutto è partito così, spontaneamente. Dopo la notizia delle dimissioni di Fedorov, la gente da varie città ha iniziato a scrivere sui social ‘insomma, domani usciamo o no?’. Tantissimi hanno risposto + (plus, che nel gergo militare equivale al nostro «affermativo») e tutti sono arrivati il giorno dopo alle 9.01. Infatti lo slogan di ieri era: alle nove, il minuto di silenzio alle nove zero uno urliamo». Alle 9 in Ucraina si ricordano i caduti in guerra. «Oppure ‘ricordiamo’ ma inteso come ricordiamo al governo chi comanda. E il problema non è solo che Fedorov in questi sei mesi è stato molto apprezzato dai militari, ma ci ha scioccato la notizia di chi sarebbe dovuto arrivare al suo posto – Igor Klimenko, ex capo del ministero degli Interni – in pratica uno sbirro. La nostra paura più grande era che lui trasformasse l’Ucraina uno stato di polizia». Il divampare delle proteste ha probabilmente contribuito al dietrofront di Zelensky su Klimenko, ma non gli ha impedito di nominarlo a capo del Consiglio nazionale di sicurezza.










