Le prove? «Sono concrete, siamo a una svolta» dice la vice procuratrice della Corte penale internazionale, Nazhat Shameem Khan, che vuole portare sul banco degli imputati i responsabili dei massacri compiuti nel Darfur — solo a el-Fasher 6.000 persone sono state uccise nel 2025 — e in primo luogo il generale Mohamed Hamdan, protagonista del conflitto che oppone da più di tre anni il suo gruppo, le Forze di supporto rapido (RSF), alle Forze armate sudanesi (SAF) del generale Abdel Fattah al-Burhan. Siamo di fronte a una crisi umanitaria tra le più gravi della storia recente e a una guerra per procura, che ha causato 150.00 vittime, in cui sono coinvolti gli Emirati Arabi Uniti da una parte e Egitto e Arabia Saudita dall’altra.
L’ ex diplomatica delle isole Fiji è appena tornata da una missione nei campi profughi del Ciad orientale dove ha ascoltato testimonianze di atrocità terribili. Le sue dichiarazioni al Consiglio di sicurezza dell’Onu, in video-conferenza dall’Aja, contengono anche un appello rivolto a tutti coloro che non vogliono girare la testa dall’altra parte: «In quei campi — ha affermato — c’è vera disperazione. C’è la convinzione, espressa chiaramente e ripetutamente dalle vittime, di essere state dimenticate da gran parte del mondo. Che alle loro vite non venga dato lo stesso valore, che la profondità della loro sofferenza non abbia trovato una risposta significativa».






