Oggi conosciamo i nomi dei loro leader. Possiamo seguire conversazioni e dibattiti sui canali Telegram, guardare i video diffusi dai militanti, a volte persino sapere quando e dove marceranno. Rilasciano interviste su podcast e media amici, prendono la metropolitana per raggiungere le manifestazioni, vendono merchandising. Basta un clic per entrare in contatto. Persino quando tengono riservati i luoghi dove si allenano, la segretezza sembra rispondere più a un immaginario identitario (come quando sfilano con volto coperto e occhialoni) che a una reale necessità. I gruppi dell’estrema destra nazionalista e suprematista operano alla luce del sole e, nell’America di Donald Trump, non solo non hanno più bisogno di essere clandestini, ma hanno conquistato una tale legittimità da assomigliare sempre più a una lobby, capace di orientare l’agenda dell’amministrazione.«Prima di Trump, una dichiarazione razzista poteva chiudere la carriera di un eletto o di una persona di potere. Lui ha cambiato tutto, ha reso accettabile essere un fanatico o un suprematista», spiega a L’Espresso Heidi Beirich, politologa che studia i movimenti suprematisti bianchi, anti-immigrazione e antigovernativi. «Il caso più grave sono le grazie concesse ai protagonisti del 6 gennaio (2021), che attaccarono il Congresso e in molti casi appartenevano a gruppi estremisti. Alcuni sono stati di nuovo arrestati per reati comuni, ma non sembra importare né a Trump né ai suoi alleati repubblicani».C’è un esempio recente che racconta quanto questa normalizzazione sia ormai avanzata. Il 4 luglio scorso, mentre gli Stati Uniti celebravano i 250 anni della Dichiarazione di Indipendenza, circa quattrocento militanti di Patriot Front hanno sfilato nel cuore di Washington. La fotografia di una donna nera, circondata in metropolitana da decine di uomini incappucciati, ha fatto il giro del mondo, evocando le immagini simbolo della stagione dei diritti civili. Ha suscitato sconcerto e occupato le cronache per un paio di giorni, senza trasformarsi però in un caso politico. Eppure, la capitale non vedeva una mobilitazione di nazionalisti bianchi di quelle dimensioni dai fatti del 6 gennaio di cinque anni fa.Di sicuro, l’indignazione non ha sfiorato i livelli del 2017, quando la marcia di Charlottesville «sconvolse il Paese. Era la più grande degli ultimi trent’anni», ricorda Beirich, che nel 2020 ha co-fondato il Global Project Against Hate and Extremism (Gpahe), un’organizzazione che monitora le reti estremiste e la loro diffusione internazionale. «Oggi episodi simili sono molto più frequenti». In quel caso, Unite the Right riunì suprematisti bianchi, neonazisti e militanti dell’estrema destra e addirittura culminò nell’uccisione della manifestante antirazzista Heather Heyer. Giova ricordare la risposta di Trump, quando disse, in una frase destinata a inseguirlo per anni, che c’erano «colpe da entrambe le parti», senza riuscire a esprimere ferma condanna.Patriot Front nasce nel solco di Charlottesville e, sotto la guida del texano Thomas Rousseau, 27 anni, che esercita un controllo quasi assoluto, è diventato uno dei gruppi più riconoscibili del nazionalismo bianco americano. Le sue dimostrazioni, spesso liquidate come grottesche, sono concepite per le telecamere. La visibilità diventa reclutamento attraverso le varie piattaforme digitali, a partire da Telegram. Gli iscritti, circa cinquecento, sono presenti in ogni Stato. Le attività vengono finanziate dalle quote e dal merchandising: volantini, bandiere, adesivi prodotti e venduti direttamente dal gruppo.«Anche Blood Tribe è rilevante – precisa Beirich – È il gruppo che diffuse la falsa storia degli haitiani che mangiavano animali domestici in Ohio, poi ripresa dal vicepresidente J.D. Vance e da Trump. I Proud Boys contano meno di un tempo, ma sembrano tornare. Ci sono poi gli Active Club, una rete decentralizzata con decine di sezioni negli Stati Uniti, fondata dal californiano Robert Rundo».Sono circa centomila gli americani che partecipano attivamente a gruppi nazionalisti bianchi organizzati. Eppure, osserva David D. Kirkpatrick sul New Yorker, Charlottesville prima e il 6 gennaio poi hanno mostrato quanto pesino anche poche centinaia di uomini organizzati. Gli iscritti sono solo una parte del fenomeno. Molto più ampia è la platea dei simpatizzanti, di chi ne condivide temi e linguaggio.«Ci sono due fattori centrali – spiega la fondatrice del Gpahe, ricostruendo il percorso che ha portato questa ideologia fuori dalle nicchie – Il primo è l’ascesa di Trump: dal 2015, quando aprì la campagna definendo i messicani stupratori, ha normalizzato una retorica razzista. Negli ultimi anni decine di candidati repubblicani hanno ripreso la teoria della “grande sostituzione” (secondo cui l’immigrazione sarebbe usata per rimpiazzare la popolazione bianca), nonostante quella cospirazione abbia ispirato attentati terroristici in tutto il mondo. Il secondo fattore sono i social. Se prima la propaganda dell’odio era difficile da trovare, oggi invade ogni spazio. Elon Musk ha eliminato la moderazione dei contenuti su X e così le altre grandi piattaforme».Uno degli obiettivi di Patriot Front è attirare dalla loro parte chi gravita nell’area Maga. A giudicare dalla traiettoria del presidente americano, il tentativo sembra avere successo. Nell’ultimo rapporto “Year in Hate and Extremism”, il Southern Poverty Law Center (Splc) sostiene che dal ritorno del tycoon alla Casa Bianca i gruppi dell’estrema destra hanno ampliato sempre più la propria influenza nelle stanze del potere.«Le convinzioni di Patriot Front non sono molto diverse da quelle di Stephen Miller, il più influente consigliere di Trump. Ci sono poi Darren Beattie, oggi al dipartimento di Stato, licenziato durante il primo mandato per aver partecipato a un evento suprematista bianco; un portavoce del Pentagono che ha diffuso idee antisemite; e Kash Patel (direttore dell’Fbi) comparso in podcast legati a QAnon», afferma Beirich, facendo solo alcuni esempi.Miller, vicecapo di gabinetto e architetto della stretta migratoria e del Muslim ban, incarna il punto di contatto più evidente tra quella galassia e il governo. Espulsioni di massa, raid, ostilità verso le politiche di inclusione e le minoranze, attacchi riusciti al diritto all’aborto sono punti fondanti del programma. Secondo un report dell’Splc, il 23% degli agenti dell’Fbi è stato destinato alla caccia dei migranti, mentre si sono indeboliti gli strumenti contro terrorismo interno e crimini d’odio. Il caso più eloquente è quello della “remigrazione”, progetto nato nelle destre radicali europee, presente anche nel dibattito italiano, che punta a espellere immigrati e cittadini giudicati non assimilati. Trump l’ha rilanciato su Truth Social e dal 2025 dà persino il nome a un ufficio del dipartimento di Stato.La “remigrazione” mostra quanto questi gruppi siano ormai interconnessi. «Il primo Remigration Summit si è tenuto proprio in Italia. Il concetto è stato elaborato da Martin Sellner, ex neonazista austriaco e fondatore di Generation Identity», ricorda la studiosa. Al successivo convegno di Porto c’erano i suoi seguaci, ma pure «esponenti dagli Stati Uniti, influencer della teoria della “grande sostituzione” e membri di gruppi neonazisti. Interagiscono tutti online, oltre i confini nazionali. Patriot Front ha moltissimi alleati. Il movimento degli Active Club è presente in tutta Europa, in Brasile e in Sud America». Una rete internazionale che vede nel nuovo clima politico l’occasione per istituzionalizzare la nostalgia dell’America e dell’Occidente bianchi: meno cittadinanze, più espulsioni. Razza e religione di nuovo al centro dell’idea di nazione.