Costretto a chiedere di poter morire, perché gli negano servizi di cura e supporto quotidiano. Ivan Tavella, 47 anni, affetto da distrofia muscolare di Duchenne in fase avanzata, residente in Calabria ma da anni a Parma dove si è laureato in Giurisprudenza grazie alla Fondazione don Gnocchi e dove vive in una situazione di «contesto assistenziale», l’ha fatto presente più volte all’Azienda sanitaria provinciale (Asp) di Vibo Valentia.

«Il mancato rinnovo e la sospensione della mia assistenza domiciliare stanno mettendo concretamente a rischio la mia vita, oltre a compromettere la mia dignità e i miei diritti fondamentali. Non si tratta di una prestazione opzionale o discrezionale: senza assistenza io non posso vivere», scriveva per l’ultima volta lo scorso maggio all’azienda, che non è in grado di seguirlo in Calabria.

Aggiungeva: «In caso di persistente diniego o interruzione dell’assistenza vitale, formulo inoltre istanza formale e immediata per l’attivazione della procedura di suicidio medicalmente assistito ai sensi della sentenza della Corte Costituzionale n. 242/2019». Ivan sa che la sua è una malattia genetica rara e degenerativa, però vuole vivere.

Nel 2020 aveva lanciato anche una raccolta fondi per poter fare un viaggio in California: «Io e la mia patologia diventeremo sponsor orgogliosi», prometteva. Il Covid, poi, bloccò anche quel progetto. Da un anno e mezzo aspetta che vengano sbloccati i fondi dell’Asp, l’unica accelerata con l’azienda sanitaria si è avuta dopo la Pec che a giugno ha inviato all’associazione Luca Coscioni.