Ivan Tavella ha 47 anni ed è affetto da distrofia muscolare di Duchenne, una patologia che lo rende dipendente dalla ventilazione meccanica 24 ore su 24. Ha chiesto di morire perché dal 31 luglio potrebbe non avere più la garanzia delle condizioni che oggi gli permettono di vivere, intrappolate in un intreccio di burocrazia e norme che sembrano combattersi tra loro. Non è una provocazione. La richiesta di accesso al suicidio medicalmente assistito è contenuta in una Pec inviata a maggio all’Asp di Vibo Valentia e, in questi giorni, è stata fissata la prima visita con la commissione incaricata della valutazione. L’agenzia che gestisce le persone che lo assistono giorno e notte ha infatti comunicato che dal 31 luglio interromperà il servizio se non verrà saldato un debito che, secondo i conti di Tavella, già a febbraio si aggirava intorno ai 120mila euro. Le fatture, dice Tavella, non sarebbero state pagate dall’Asp di Vibo per oltre un anno e mezzo. Fino a oggi l’agenzia avrebbe anticipato le somme necessarie a coprire i costi e, soprattutto, gli stipendi degli assistenti.

Il rimpallo tra Vibo Valentia e Parma

La situazione è delicata e intricata. Tavella è residente in Calabria, ma vive a Parma per ragioni sanitarie. Ed è proprio questa distanza tra residenza e domicilio a essere diventata uno dei nodi della vicenda. “C’è un rimpallo tra Parma e Vibo Valentia – spiega – In questi giorni c’è stato un incontro con l’Ausl di Parma e con il Comune di Vibo. L’Asp calabrese vorrebbe che firmassi un piano assistenziale individuale per l’attivazione delle cure palliative e che riconoscessi di avvalermi di un’assistenza non sanitaria. Questo implicherebbe che a pagare fosse il Comune di Vibo, attraverso un contributo alla spesa sociale. Il comparto sociale, però, dispone di fondi molto meno consistenti e non può permettersi di coprire tutta la mia assistenza”. Il problema, infatti, è che gli assistenti selezionati e formati da Tavella non sono professionisti sanitari né operatori sociosanitari. Medici, infermieri e Oss (gli operatori socio-sanitari) rientrerebbero nell’ambito sanitario; gli assistenti personali, invece, vengono ricondotti a quello sociale.