TREVISO - Non può guarire e chiede di non essere costretta a soffrire oltre, di non vedere la propria vita consumarsi tra dolore, morfina e burocrazia. La vicenda di Maria Cristina, 77 anni, trevigiana, riporta al centro del dibattito nazionale il tema del suicidio medicalmente assistito e dei tempi con cui il sistema sanitario affronta richieste che arrivano quando il tempo, per chi soffre, è già quasi finito.

IL CASO Da oltre un anno Maria Cristina convive con un mesotelioma pleurico, un tumore aggressivo del rivestimento polmonare per il quale non esistono cure risolutive e che risponde in modo molto limitato ai trattamenti chemioterapici disponibili. Di fronte all’irreversibilità della malattia e al peggioramento progressivo delle sue condizioni, la donna, che inizialmente aveva pensato di andare in Svizzera, il 25 marzo ha chiesto alla propria azienda sanitaria, l’Ulss 2 Marca trevigiana, di verificare i requisiti per accedere in Italia al suicidio medicalmente assistito. Secondo quanto riferito dal team legale che la assiste, Maria Cristina rientra nei criteri individuati dalla Corte costituzionale con la sentenza sul caso Cappato-Dj Fabo. Eppure, a oltre due mesi dalla richiesta, non sarebbe ancora stata sottoposta nemmeno alle visite domiciliari da parte della commissione multidisciplinare. Per questo, il 30 aprile, assistita dal team legale coordinato da Filomena Gallo, avvocata e segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, ha inviato una diffida e messa in mora all’Ulss 2, chiedendo l’attivazione urgente della procedura. La risposta dell’azienda sanitaria, arrivata il 5 maggio, si è limitata a comunicare che le verifiche sono “tuttora in corso”.La voce della donna, nelle sue parole, è insieme lucida e disperata. «Che qualità di vita mi si prospetta se non c’è speranza di anche lieve miglioramento? C’è una legge? Pretendo che venga rispettata - dichiara Maria Cristina -. Chiedo una morte dignitosa e chiedo che mi venga garantito il rispetto della legge e al più presto. Perché, dopo, potrei non essere più in grado di sostenere battaglie burocratiche». Per l’Associazione Luca Coscioni, il nodo resta soprattutto quello dei tempi e dell’assenza di procedure stabili. «Se la nostra legge di iniziativa popolare “Liberi Subito” fosse approvata, non si perderebbe tempo per costituire di volta in volta la Commissione multidisciplinare - hanno dichiarato Marco Cappato e Filomena Gallo, rispettivamente tesoriere e segretaria nazionale dell’associazione - perché ne esisterebbe una già costituita in grado di prendere tempestivamente in carico la richiesta del paziente ed effettuare le relative verifiche». LA REPLICA Dal canto suo, la direzione generale dell’Ulss 2 assicura che la pratica è in corso di valutazione e che una risposta definitiva arriverà a breve. «La domanda ci è pervenuta il 26 marzo ed è stata oggetto di una prima valutazione ad aprile da parte della commissione tecnica. Successivamente è stata discussa in comitato etico per la pratica clinica. A giorni verrà data la risposta definitiva alla signora cui il 5 maggio era già stato comunicato che la domanda era in fase di esame. L’Ulss 2 in tutti i casi come questo con la massima attenzione considerando la delicatezza della situazione».