SABATO (SCORSO)

Arriva una mail che finisce così: «Se volesse rispondere a questo mio niente, la prego di non usare il nome in calce (né quello, completo, che Gmail mi costringe ad ostendere). Scelga lei come chiamarmi: sarò suo figlio.

Scusandomi per l’inusitata volgarità, per le cisti parentetiche e per le ellissi (da buon telegrafista), porgo cordiali saluti».

Non mi piace pubblicare anonimi, ma per una volta faccio un’eccezione. Ok, chiamiamolo Ismaele.

All’inizio, invece, la mail dice: «Leggendola sono sempre più pervaso dal sentimento nobilissimo della noia, immagino per posa. Lei è giovane, racconta di un Martini. Io sono giovane, pure più di lei, e non racconto di un Martini, né sono di quelli che usano la parola “pucchiacca”, ma mi piacerebbe rientrare in almeno una delle due categorie (mi innamoro senza fare l’amore, mi sembra l’opposto del Martini)».