Paolo Crucianelli

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Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha destituito Mykhailo Fedorov dalla carica di ministro della Difesa, nell’ambito del terzo rimpasto di governo della sua presidenza, che nei giorni scorsi aveva già visto le dimissioni della premier Yulia Svyrydenko. È stato lo stesso Fedorov, 35 anni, a confermarlo mercoledì sui social, elencando risultati e insuccessi dei suoi sei mesi all’incarico: dal blocco dell’uso militare di Starlink da parte russa alla campagna “Trasformare la Crimea in un’isola”, che ha isolato logisticamente la penisola occupata, fino a una riforma della mobilitazione definita da lui stesso “impopolare ma necessaria”. Al suo posto dovrebbe subentrare l’attuale ministro dell’Interno, il generale Ihor Klymenko, già a capo della Polizia nazionale dal 2019 al 2023 e nominato agli Interni dopo la morte improvvisa del predecessore Denys Monastyrsky: la nomina attende il voto del Parlamento, atteso per giovedì.

Le motivazioni di Zelensky, secondo quanto riferito da parlamentari della sua maggioranza al Kyiv Independent e a Ukrainska Pravda, ruotano attorno a un conflitto ormai insanabile tra Fedorov e il comandante in capo delle forze armate, Oleksandr Syrsky: uno scontro descritto come generazionale, tra il giovane manager arrivato dal mondo delle startup e il generale di scuola più tradizionale, sulle modalità della riforma del Ministero e sulla gestione delle priorità militari. Zelensky avrebbe detto alla sua fazione parlamentare che, idealmente, andrebbero rimossi entrambi, ma di non potersi permettere ora anche la sostituzione di Syrsky. Pesa, inoltre, secondo fonti di governo, l’insoddisfazione per i risultati della riforma della mobilitazione: nonostante l’aumento degli stipendi ai soldati e le facilitazioni per i volontari stranieri volute da Fedorov, l’esercito continua a soffrire una cronica carenza di uomini al fronte, giudicata dal suo stesso partito non risolta a sufficienza. Il presidente ha motivato pubblicamente la scelta invocando la necessità di un esercito “unito” e di un dialogo diretto tra Ministero e vertici militari, indispensabile, ha detto, “in un Paese in guerra”.