Sono tempi turbolenti e molto complicati quelli attuali. Un tempo fuor di sesto, come diceva l’Amleto shakesperiano. E che richiede, allora, distinguo e precisazioni, insieme a una grande attenzione nell’uso delle parole per cercare di ridurre la penetrazione della propaganda, l’infodemia e l’entropia comunicativa strumentale.E, dunque, il pericolo Putin esiste, a differenza di quanto dice uno scatenato Giuseppe Conte alla ricerca di voti per imporre la sua leadership sul sinistracentro, che continua a faticare nel diventare un campo davvero largo. E, come dovrebbe apparire evidente, una difesa comune europea è fortemente necessaria, ancora più alla luce della progressiva, ma inesorabile, dismissione della presenza militare americana sul nostro continente e, soprattutto, della plateale ostilità di Trump. Ma c’è un elemento ulteriore, a livello politico, simbolico e di immaginario collettivo, che sta dominando lo scenario odierno, così grave e inquietante di per sé da richiedere tutto fuorché di far salire ulteriormente la febbre generale. È quella sorta di ideologia bellicista e di atmosfera ormai permanente di guerra – un concetto di cui parlano sempre più anche le scienze sociali – che satura il discorso pubblico di ogni giorno. Un’idea di ineluttabilità del conflitto armato quale ricomposizione finale del puzzle della «guerra mondiale a pezzi» di cui aveva parlato Papa Francesco. Come se la diplomazia non avesse più un senso, e la sola modalità di risoluzione delle controversie internazionali passasse per il fragore delle armi (anche quando sono silenziose come certi droni…).A una certa retorica polemologica ci siamo dovuti (ri)fare l’abitudine a partire dalla pandemia di Covid, quando i capi di governo facevano a gara nello sfoderare metafore belliche per descrivere la “battaglia” contro un virus. E quello stesso mondo politico, da un po’ di tempo a questa parte, proietta una spiacevolissima sensazione che rimanda al sonnambulismo di molte classi dirigenti del periodo che precedette la Prima guerra mondiale, mentre per salvare pezzi del suo capitalismo manifatturiero la Germania aderisce a piè pari a una visione di economia di guerra a cui destina una porzione significativa delle proprie risorse. Ed eccoci, così, al travestimento dell’impotenza sotto la forma del “realismo” e della Realpolitik.Un’aria pesante che respiriamo quotidianamente mentre circola nelle cancellerie europee, nei talk show serali e nei feed dei nostri social network: la concezione, strisciante e via via interiorizzata, che la guerra non sia più un abominio da respingere a tutti i costi, bensì un orizzonte di destino necessitato e inevitabile. Una sorta di irreversibile fatalità a cui adoperarsi ad assistere – o, peggio, a partecipare – con l’atteggiamento rassegnato di chi ha già ricevuto la condanna. Molto, come sempre, deriva dalla comunicazione politica, che sta metodicamente operando nella direzione della costruzione di un’egemonia culturale giustappunto bellicista. Un’operazione postmodernistica di ingegneria del consenso, dove si mescolano la “pedagogia della necessità” dell’essere armati fino ai denti, l’eterno business di certi comitati d’affari e il pacifintismo a senso unico e pro-autocrazie delle estreme destre populiste (ancora una volta la coincidenza degli opposti...).