«La storia non è mai stata così visibile nella sfera pubblica e, paradossalmente, la società non è mai apparsa così povera di senso storico». Così Giorgio Caravale in una delle scorrevoli e, al contempo, dense pagine del pamphlet edito per i tascabili Laterza Chi controlla il passato. La storia nelle mani del potere (pp. 119, euro 15).
CON UN INCEDERE incalzante che intervalla episodi recenti ad episodi di cronaca politica del passato intrecciati con affondi polemici sulla loro interpretazione all’interno del dibattito culturale contemporaneo, a sua volta non immune dalla banalità di alcune narrazioni mediatiche e da posizionamenti identitari spesso intrisi di demagogia, questo libro ci induce a riflettere sull’uso politico della storia e sul suo rapporto con il potere. Un tema che, peraltro, attraversa molti dibattiti presenti nelle scienze umane e sociali. Polemizzando sin da subito contro il «presentismo» e – aggiungiamo noi – l’alzheimer collettivo che determina le nostre vite nel tempo accelerato a cui ci condanna il flusso della iper-comunicazione contemporanea, emerge l’idea secondo cui ogni sapere è anche un potere, così come ogni «ordine del discorso» – direbbe Foucault – non può che darsi come una partitura che mira a eliminare ogni sua eccedenza, ogni conflitto o striatura, al fine di rispondere funzionalmente alle catene del comando, azzerare qualsiasi approccio critico, rimuovere ciò che gli antichi chiamavano parresia, ovvero la pratica del «dire» la verità sul potere.







