«Non ha mai avuto in mano altro che il suo stetoscopio». Così Elyas Abu Safiya ha raccontato il padre Hussam durante l’audizione al Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo. Il pediatra dell’ospedale Kamal Adwan di Gaza è detenuto da oltre 18 mesi senza accuse formali né processo in base legge israeliana sui «combattenti illegali». Una normativa crudele che autorizza l’esercito a emettere ordini di detenzione rinnovabili «nei confronti di chiunque sia sospettato di costituire una minaccia per la sicurezza dello Stato o di essere coinvolto in atti ostili e senza l’obbligo di presentare alcun atto di accusa», spiega Tina Marinari, coordinatrice delle campagne di Amnesty international Italia.

Abu Safiya si trova a Rakefet, il carcere sotterraneo riaperto nel 2023 per volere del ministro israeliano della sicurezza nazionale Ben Gvir. Dall’ultima visita, all’inizio di luglio, il suo avvocato Nasser Odeh ha restituito l’immagine di un uomo con evidenti segni di torture su tutto il corpo, al punto da essere quasi irriconoscibile. La sua detenzione è confermata almeno fino a ottobre in condizioni che rientrano nel «sistema di apartheid imposto ai palestinesi – sottolinea Marinari – quella politica sistemica e istituzionalizzata di tortura e abusi nei confronti delle persone detenute».