C'è chi giura di intravedere lo zampino di Matteo Renzi. Altri, con più prudenza, parlano di una genesi tutta da chiarire. Di certo, l'emendamento "anti-frammentazione" approvato dalla Camera ha acceso i sospetti e fatto infuriare i partiti più piccoli del centrosinistra.
Poche righe inserite nella legge elettorale che, dietro un tecnicismo, rischiano di ridisegnare gli equilibri dell'area riformista. Una norma che "ha dell'incredibile" perché - passa all'attacco +Europa - "presentata dalla maggioranza ma destinata a colpire soltanto il centrosinistra". Una "forzatura", evidenzia il leader Riccardo Magi già colpito dall'obbligo della raccolta firme, che finirebbe per sostituirsi alla convergenza che dovrebbe nascere dal dialogo tra i partiti. E di cui il campo largo dovrebbe adesso "farsi carico" tentando di correggere il testo al Senato.
L'emendamento porta la firma dell'azzurro Paolo Emilio Russo e, nelle intenzioni di Forza Italia, serve a "ridurre la frammentazione" e limitare "il potere di veto" dei partiti più piccoli. Ma dietro il tecnicismo si nasconde una delle mosse più politiche della riforma. Con le nuove regole, i voti delle liste che non raggiungono il 3% - salvo quelli della migliore tra le escluse - non contribuiranno più al risultato della coalizione. Se una lista resta fuori dal Parlamento, i suoi voti non aiuteranno più neppure gli alleati nella corsa al premio di maggioranza. Finora, con il Rosatellum, anche le liste sotto soglia facevano massa, a patto di aver superato l'1%. Da domani conterebbe soltanto il "miglior perdente". Gli altri saranno voti persi. Una stretta che - oltre a sollevare interrogativi che potrebbero approdare alla Corte costituzionale - cambia gli equilibri prima ancora che arrivino i numeri delle urne. Tanto che, nel tam tam parlamentare, c'è chi nella maggioranza ne riassume il senso con un'espressione: colpire i "cespugli della sinistra".












